Aspenia, la rivista trimestrale di Aspen Institute Italia diretta da Marta Dassù, è in uscita con il numero “Ansia artificiale “. Tra gli autori David Inserra, Yuval Noah Harari, Luca Pappalardo, Dino Pedreschi, Luca De Biase, Masud Cader, Leonardo Quattrucci, Roberto Menotti, Maurizio Sgroi, Jonathan Aberman, Alexander van der Wusten, Giorgio Bartolomucci, Martina Ardizzi, Ran Barzilay, Martin Grassi, Carlo Ratti, Marcello Pelillo, Alex Braga, Massimo Deandreis, Alessandro Panaro, Alessandro Aresu, Vincenzo Camporini, Gioia Rau e Bryn Barnard
L’intelligenza artificiale e il suo impatto sulla politica e sulla vita quotidiana sono oggetto – oggi e domani ancora di più – di equivoci apparentemente inevitabili ma che vanno superati. Il primo deriva dal nome unitario dato a quella che è, in realtà, una famiglia di tecnologie, ovvero un insieme stratificato di software diversi, con sviluppi e applicazioni da valutare probabilmente caso per caso. Il secondo è semantico, ma nasconde un problema psicologico serio: definire un algoritmo “intelligenza” significa attribuire a un codice un’identità vivente, seppure non biologica, innescando la tendenza quasi irresistibile degli esseri umani ad antropomorfizzare. Il terzo equivoco – forse il più sottovalutato – riguarda la neutralità: i grandi modelli linguistici non sono un’interfaccia neutrale, ma prodotti commerciali orientati da aziende con precisi modelli di business e interessi. Essere consapevoli di questo è il punto di partenza indispensabile per guardare all’IA nella giusta prospettiva.
Questo numero di Aspenia sceglie deliberatamente di concentrarsi sui rischi e sulle paure diffuse, più che sulle opportunità e sugli effetti benefici che pure esistono e sono molto rilevanti. Non si tratta di voler adottare un metodo di governance basato su divieti e sanzioni: piuttosto si intende prendere sul serio ansie e timori, a livello individuale e collettivo, perché è la condizione per poterli meglio gestire e governare. La consapevolezza – dell’utente individuale, dell’operatore professionale, delle autorità politiche – è la chiave per comprendere le innovazioni digitali: non un problema tecnico soltanto, ma soprattutto una sfida culturale che va affrontata in termini di istruzione prima ancora che di formazione. Una nuova forma di educazione civica, per formare il cittadino responsabile in una logica di co-evoluzione con la tecnologia. Esiste una sfida specifica e particolarmente difficile che riguarda, in particolare, bambini e minori che fanno largo uso di social media e chat non si rendono conto di interagire spesso – attraverso algoritmi – non solo con loro coetanei ma anche con maggiorenni celati dall’anonimato.
Sta diventando sempre più chiaro che il settore digitale – di cui l’IA è la punta di diamante – poggia su un’infrastruttura fisica pesante e costosa, con un gigantesco fabbisogno energetico. L’Italia, che ha la concreta opportunità di fungere da hub macroregionale, si trova in una posizione privilegiata: il contesto internazionale si sta frammentando, ma resta fortemente connesso e potrebbe diventarlo ancor di più, sia in termini materiali che digitali. Lo sviluppo delle grandi opere in Italia si inserisce nel contesto dell’integrazione europea e dei nuovi progetti per i corridoi transnazionali che dovranno collegare – attraverso il Mediterraneo – l’Europa con la regione indopacifica. Anche in questo ambito, la dimensione fisica deve andare di pari passo con quella immateriale, per cui la costruzione di strade, ponti e viadotti, dighe e impianti energetici richiede conoscenze, accordi commerciali, e una legislazione adeguata. E le maggiori rotte marittime – che spesso ricalcano il percorso dei cavi sottomarini – presuppongono strutture portuali multimodali con precise caratteristiche tecniche e capacità di garantire servizi avanzati.


