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L’industria al centro: ripensare i flussi. Conoscenza, Educazione, Esperienza, Innovazione

  • Venezia
  • 10 Ottobre 2026

        L’industria è molto più di un comparto produttivo: è una componente essenziale della competitività economica, della sicurezza strategica e della coesione sociale dell’Italia e dell’Europa. Il sistema italiano può contare su una manifattura solida, una forte vocazione all’export, competenze specialistiche e filiere di eccellenza; deve però affrontare criticità strutturali, tra cui la frammentazione e la dimensione ridotta di molte imprese, la difficoltà di finanziare investimenti di lungo periodo, il ritardo nell’adozione di alcune tecnologie e la carenza di competenze. Per superare questi limiti occorrono una visione industriale coerente e politiche che vadano oltre le misure contingenti, individuando priorità precise e accompagnandole con investimenti, ricerca e formazione.

         

        La dimensione europea emerge come condizione necessaria per affrontare la competizione con Stati Uniti e Cina. In un contesto segnato da tensioni geopolitiche, trasformazioni delle catene del valore e nuovi equilibri commerciali, l’Europa deve rafforzare la propria capacità di agire in modo coordinato, tutelando il mercato unico e continuando ad aprirsi ai mercati internazionali. Dazi e misure difensive possono essere utili in circostanze specifiche, ma non sostituiscono una strategia industriale e rischiano, se adottati senza una visione d’insieme, di aumentare i costi per altri settori e penalizzare le esportazioni. L’autonomia strategica significa ridurre le dipendenze più rischiose, diversificare fonti e partner e costruire reti affidabili di Paesi e imprese. Farmaceutica ed energia illustrano chiaramente questa esigenza: occorre assicurare l’accesso ai medicinali e preservare la capacità di innovare, così come garantire energia disponibile, sicura e a costi competitivi. Ciò richiede investimenti nelle infrastrutture e nelle tecnologie, diversificazione degli approvvigionamenti, elettrificazione e sviluppo delle fonti a basse emissioni, valutando le diverse opzioni tecnologiche disponibili.

         

        La trasformazione digitale e quella ambientale devono essere affrontate come leve di competitività, non come percorsi separati o adempimenti normativi. L’intelligenza artificiale, l’automazione e la digitalizzazione possono accrescere produttività e qualità, soprattutto quando vengono applicate ai processi industriali, alla progettazione e ai dati specialistici che le imprese hanno accumulato nel tempo. Il vantaggio europeo può quindi derivare non soltanto dalla creazione di grandi modelli tecnologici, ma anche dalla capacità di integrare l’IA nella manifattura e nei servizi ad alto valore aggiunto, valorizzando conoscenza tecnica ed esperienza delle persone. Perché ciò avvenga, è necessario rafforzare il collegamento tra università, centri di ricerca e imprese: la ricerca deve essere indirizzata anche da problemi concreti e accompagnata fino alla sperimentazione, allo sviluppo del prodotto e alla commercializzazione. Partnership pubblico-private, uffici di trasferimento tecnologico e figure capaci di trasformare la ricerca in iniziative imprenditoriali possono contribuire a colmare questa distanza, facilitando anche la partecipazione delle PMI.

         

        Il futuro dell’industria italiana dipende dalla capacità di valorizzare i propri punti di forza e di sostenere la crescita delle imprese. La specializzazione, la qualità, il design e la capacità di risolvere problemi complessi possono rappresentare vantaggi competitivi importanti, come mostra l’esperienza di ecosistemi industriali quali la Motor Valley. Manifattura avanzata, automotive, meccanica e meccatronica, scienze della vita, high-tech e nuove frontiere come la space economy e le tecnologie deep tech richiedono tuttavia capitale, infrastrutture, regole prevedibili e un mercato sufficientemente ampio. È quindi fondamentale rendere più efficiente l’accesso alla finanza e al capitale di rischio, favorire la patrimonializzazione e la crescita dimensionale delle imprese e utilizzare gli incentivi pubblici in modo stabile e coerente con le priorità individuate. Un mercato europeo dei capitali più integrato e una maggiore capacità di mobilitare investimenti privati permetterebbero di sostenere progetti che spesso superano le possibilità dei singoli operatori o dei bilanci nazionali.

         

        Il filo conduttore del dibattito sul futuro dell’industria è il capitale umano. La disponibilità di tecnologie e risorse finanziarie non è sufficiente senza persone in grado di svilupparle, applicarle e governarne gli effetti. Occorre rafforzare la collaborazione tra scuola, università e imprese, investire nelle competenze scientifiche e tecniche, aggiornare i percorsi formativi e considerare l’apprendimento come un processo continuo. L’attrazione dei talenti deve accompagnarsi alla capacità di trattenerli, offrendo prospettive professionali, opportunità di ricerca e riconoscimento delle competenze. L’intelligenza artificiale rende questa sfida ancora più urgente: può automatizzare attività e aumentare la produttività, ma rischia anche di ridurre le occasioni in cui si acquisiscono esperienza, autonomia e capacità critica. Il suo utilizzo nella formazione deve perciò sostenere, e non sostituire, il ragionamento e la creatività. Poiché i nuovi lavori non coincideranno necessariamente con quelli trasformati o scomparsi, imprese e istituzioni dovranno inoltre accompagnare la transizione occupazionale attraverso riqualificazione, mentoring e adeguati strumenti sociali. In conclusione, competitività, innovazione e coesione richiedono una responsabilità comune: ricerca, capitale, politiche industriali e formazione devono procedere insieme, con la cooperazione tra imprese, università, istituzioni e territori e con una strategia europea capace di trasformare le competenze esistenti in crescita sostenibile e autonomia strategica.