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Longevity: la nuova business opportunity dell’Italia?

  • Venezia
  • 10 Ottobre 2026

        La domanda se la longevità possa diventare una nuova business opportunity per l’Italia trova risposta in un “sì, a condizione”. Vivere più a lungo è una conquista, e può trasformarsi in leva di crescita solo se il Paese riorganizza sanità, lavoro e welfare attorno a una vita più lunga, investendo su prevenzione, dati e giovani. In assenza di queste scelte prevale lo scenario opposto: più cronicità, meno lavoratori, più disuguaglianze.

        La scienza ha allungato la vita, ma non garantisce da sola la qualità degli anni guadagnati. La ricerca biomedica è responsabile per una quota tra il 30 e il 40% dei progressi di sopravvivenza registrati dal 1960, mentre i comportamenti hanno un peso pari al 40-50%: conquiste reversibili, come ha mostrato la pandemia. La ricerca sui biomarcatori – cioè sugli indicatori biologici misurabili che segnalano lo stato di salute, il rischio di malattia o il ritmo dell’invecchiamento – avanza, ma nessuno di essi è ancora validato, cioè in grado di dimostrare affidabilità su ampia scala.

        I limiti del sistema sanitario si leggono nelle difficoltà dei pronto soccorso e in una medicina generale indebolita. Prevenzione, medicina predittiva e integrazione dei dati si scontrano con le regole sulla privacy, che frenano un uso dei dati sanitari ritenuto necessario. Servono competenze nuove, sanitarie e gestionali, e serve riconoscere che la prevenzione è l’unica leva capace di agire sulla domanda di cure, purché accompagnata dalla misurazione degli esiti. Gli anziani in buona salute sono una risorsa nuova per il Paese. La capacità di svolgere le attività quotidiane e di restare autonomi conta più della durata della vita in sé. Anche le relazioni sono parte della salute, e vanno sostenute come si sostengono i servizi.

        Sul piano demografico, il calo della popolazione attiva può essere compensato solo da una combinazione di diversi fattori: maggiore occupazione di giovani e donne; allungamento della vita attiva; incremento della produttività e gestione efficace dell’immigrazione. La finestra per agire è di circa dieci anni.

        È necessario anche un cambiamento culturale nelle aziende: occorre superare le etichette generazionali e sostituire al semplice passaggio di consegne la creazione di valore tra generazioni. La convergenza è ampia sull’orizzonte di una vita lavorativa più lunga e flessibile, sulla necessità di investimenti in welfare aziendale e sul rafforzamento di forme integrative per previdenza e salute. Restano invece aperte questioni che non ammettono risposte facili: le modalità di ingresso dei giovani in un mondo del lavoro caratterizzato dalla pervasività dell’IA che sostituisce spesso proprio quelle mansioni in cui si forma l’esperienza; l’esclusione digitale degli anziani; le cause della denatalità; la scelta tra equità ed egualitarismo.

        I cambiamenti cui è chiamata l’Italia vanno affrontati però su scala europea. Perché la longevità diventi economia, la prevenzione, dai vaccini agli screening, va contabilizzata come investimento nelle regole comunitarie di bilancio, mentre servono strumenti che orientino il risparmio delle famiglie verso l’innovazione. Occorre poi distinguere tra silver economy e longevity, che sono mercati diversi. La prima riguarda beni e servizi per la popolazione anziana; la seconda, sulla frontiera biologica, la ricerca per rallentare l’invecchiamento e prevenirne le malattie. In questo secondo campo gli investimenti sono quasi tutti americani, e chi non dispone di una solida ricerca di base non può parteciparvi.

        Non meno rilevante è il tema delle risorse: chi sostiene il costo di questa trasformazione? Il servizio sanitario è sottofinanziato: si può rispondere con più spesa pubblica o con capitali privati attratti da regole pubbliche chiare, ma resta comunque da capire come evitare un accesso diseguale alle cure.

        Un’agenda pubblica che metta la longevità al centro può partire da alcune priorità. La prima è dare al tema una sede stabile: un manifesto e un osservatorio, con un presidio istituzionale. Sul versante sanitario, il perno su cui far ruotare il sistema è la riforma della medicina generale, con l’assistenza domiciliare, insieme a una prevenzione intesa come investimento, dotata di risorse dedicate e di una misurazione degli esiti. Nulla di questo è pensabile senza dati. Servono perciò regole sulla privacy che ne consentano l’uso per la prevenzione e la ricerca, e uno studio nazionale che segua nel tempo un ampio gruppo di persone sane, per validare i biomarcatori. Sul versante del lavoro e del welfare, infine, si guarda a un pilastro sanitario e previdenziale integrativo, a un’uscita flessibile dal lavoro e a servizi per giovani, donne e caregiver. Restano fuori da questo quadro alcune tematiche di particolare urgenza che rimangono in attesa di risposte adeguate: il Sud e le aree interne, dove servono politiche calibrate sul territorio, e la salute mentale.

        La longevità, in sintesi, è un’opportunità per l’Italia solo se sanità, lavoro e welfare vengono ripensati insieme. La finestra temporale è particolarmente stretta. Per questo è necessario partire da prevenzione, territorio e uso dei dati: le leve su cui il consenso è più ampio e su cui il sistema Paese mostra le maggiori fragilità.