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Cosa ci resta del mondo globale

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    • 6 Ottobre 2026
    • Aspenia 3/2026
    • Ottobre 2026
    • 6 Ottobre 2026

    Aspenia, la rivista trimestrale di Aspen Institute Italia diretta da Marta Dassù, è in uscita ad ottobre con il numero “Cosa ci resta del mondo globale”. Tra gli autori, Yascha Mounk e Ivan Krastev, Edward Fishman, Emilio Rossi e Deirdre Ernest, Michael Pettis, Giorgio Sacerdoti, Erik Jones, Carlo Jean, Maurizio Sgroi, Edoardo Campanella, Jeffry Frieden, Zongyuan Zoe Liu, Massimo Deandreis e Alessandro Panaro, Andrew Scott Cooper, Coby van der Linde, Francesco Munari, Angelo Richiello, Ian Lesser, Andrea Brugora, Tobias Gehrke e Nina Schmelzer.

    La globalizzazione è stata, per sua natura anche etimologica, più un processo che un sistema statico e compiuto. Per dirla con Giulio Tremonti, quella dei mercati piatti è un’ideologia destinata al fallimento in un’epoca di forti tensioni fra potenze.  Come emerge dalla conversazione tra Yascha Mounk e Ivan Krastev nel nuovo numero di Aspenia, la vecchia globalizzazione era un prodotto della Pax americana che per varie ragioni non esiste più. Inevitabile quindi che la crisi di quell’ordine segnasse anche un forte riassetto economico internazionale: un profondo mutamento del ruolo americano nel mondo produce uno scossone sull’intero edificio globale, con effetti a catena quando altre potenze cercano di approfittare delle opportunità e di tutelarsi dalle influenze negative. Aggiungiamo la proliferazione di dazi minacciati, imposti, in parte rinegoziati o cancellati: sono tutti elementi per una dinamica di azioni-reazioni che può sfuggire di mano, trasformando il sogno ormai illusorio dei mercati aperti come motore di sviluppo, oltre che di crescita, in un incubo instabile e conflittuale. Una tensione economica che veda “tutti contro tutti” può infatti diventare una guerra vera e propria, o più probabilmente sfociare in una sequenza di conflitti locali senza un vero esito risolutivo.

    La previsione di Aspenia è che resteremo a lungo in un “non-ordine”: ossia in un sistema multipolare competitivo, segnato da un’assenza di regole condivise adatte all’età che viviamo, dallo svuotamento delle vecchie istituzioni internazionali e da quello che potremmo definire effetto chokepoint, descritto in dettaglio dalla “mappa mobile” di Edward Fishman. Diventa decisivo il controllo di snodi fisici, a lungo garantiti dalla Marina americana, ma anche degli snodi produttivi, di componenti essenziali delle catene del valore. Questo effetto chokepoint è certamente più rilevante del Brussels effect, della spinta normativa europea che tenta con strumenti diversi di orientare i flussi. Dal canto suo, l’America ha da tempo costruito l’apparato della moderna economic warfare, usando il dollaro e le sanzioni collegate proprio per gestire il problema intrattabile dell’Iran, e finendo poi per applicare meccanismi simili alla Russia e in qualche misura alla Cina. Hormuz è la strettoia dove la cosiddetta fine della globalizzazione rimane incastrata nella realtà persistente dell’interdipendenza.

    Una possibile e parziale via d’uscita dalla strettoia tutta europea della crescita bassa e del debito alto è sfruttare al meglio il potenziale del Mediterraneo. Abbiamo analizzato questo contesto regionale in chiave europea e globale nella nostra sezione “Forum”, cercando di valutare lo stato dell’arte dei porti, come quello di Genova, e di collocare le infrastrutture mediterranee nello sviluppo dei grandi corridoi logistici ed energetici che già operano e che si stanno ampliando o costruendo.

    L’Europa nel suo insieme dovrà uscire dalla falsa dicotomia tra proiezione baltica e vocazione meridionale. È giustissimo che i paesi mediterranei comprendano la sensibilità dei loro partner settentrionali e orientali verso la questione russa o gli sviluppi nell’Artico; ma è altrettanto decisivo capire come i vecchi fronti orientale e meridionale dell’Europa si siano saldati nel Mar Nero. Al tempo stesso le ambizioni russe non si limitano all’Ucraina, ma puntano dritte verso Mediterraneo e Africa, dove la Cina si è peraltro già ritagliata i propri spazi economici. Anche questo vuol dire ragionare su cosa resta della globalizzazione.