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Crocevia Mediterraneo: stabilità, sviluppo e capitale umano

  • Venezia
  • 10 Ottobre 2026

        Esiste e continua a crescere una grande domanda di Europa nel Mediterraneo allargato e nei Paesi del Golfo. In termini di sicurezza e difesa servono soprattutto investimenti e impegno per il superamento dei chokepoints, Hormuz in testa. Singolarmente Italia, Francia e Grecia hanno dato il loro contributo, ma a premere per un maggior coinvolgimento dell’Europa sono soprattutto i Paesi del Golfo. Richiesta che è peraltro negli interessi europei non solo perché altri – come Russia e Cina – sono pronti a riempire un vuoto geopolitico, ma anche perché l’UE sta pagando a caro prezzo la sempre più difficile situazione della regione.

        Molto è cambiato dal 7 ottobre 2023: l’attacco non si esaurisce in una matrice terroristica, ma sfocia in una vera guerra e la geografia del Medio Oriente non è più la stessa. Sono mutati gli equilibri regionali e non solo: per occhi europei l’area non è più un ring of friends, ma diventa un ring of fire. Per non parlare della scelta americana di attaccare l’Iran: un errore strategico che ha immediatamente ricompattato il Paese. Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 l’Iran era in grande difficoltà, con un’immagine politica e sociale devastata dalle migliaia di persone uccise in piazza e da un livello di gradimento della leadership ai minimi termini.

        Perdono rilevanza gli accordi di Abramo cui avevano aderito Stati Uniti, Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan. Un progetto diventato una sorta di “follia politica”, che ha cercato di tenere insieme persone e popoli divisi da politica, storia, religione ed economia. Se si escludono gli Stati Uniti, Israele resta un Paese ormai isolato, con l’unico risultato diplomatico di un accordo di allineamento con Grecia e Cipro.  E ancora: le frontiere del Mediterraneo si allargano fino all’Artico per un incrocio di grandi interessi non solo degli Stati Uniti, ma anche di Russia e Cina.

        La dimensione del cambiamento è, dunque, strutturale: al G20 in India del 2023 la Via del Cotone ha preso il posto della Via della Seta. Serve una forte leadership europea capace di costruire una partnership che vada ben oltre le più o meno fallimentari esperienze del passato come la 5 + 5, accordi quadro UE-Med che hanno portato ben pochi risultati.

        Il Mediterraneo sta crescendo e da mare di transito diventa sempre più mare di destinazione, come dimostrano i dati in aumento: crescono del 20% il traffico, del 27% i container, del 30% i cavi sottomarini e del 30% l’energia. Anche i dati congiunturali confermano la tendenza: nel 2025 il traffico container è cresciuto del 5%, nel 2026 il semestre ha chiuso a +4,5%. Va ricordata l’accresciuta efficienza di snodi quali Gibilterra, Suez e Dardanelli.

        In sensibile crescita l’hub di Tangeri, non solo free zone e snodo passeggeri, ma polo di sviluppo per l’industria automobilistica. I porti del Mediterraneo finiranno per insidiare il primato dei grandi porti del Nord Europa. Lo sviluppo di IMEC, nella logica della diversificazione, potrebbe portare a 250 miliardi di interscambio, anche grazie all’interazione con India e Asia, oltre a favorire la transizione energetica europea.

        Gli stretti sono strategici, ma restano i problemi causati dalla guerra e in particolare i costi – per le navi italiane – sostenuti per l’accompagnamento delle petroliere nello stretto di Hormuz. Con il blocco dei porti del Mar Nero per la guerra russo-ucraina il prezzo del frumento è aumentato del 20%.

        Si è proposto di lavorare ad un accordo sull’energia nel Mediterraneo in virtù anche del fatto che sono in crescita gli investimenti nell’area Sud tra cui eolico e solare in Marocco. Cresce il business di biomasse e biocarburanti e in Egitto arrivano investitori privati dal Nord Europa per la produzione di idrogeno verde.

        Dal 2019 la BEI non finanzia più energia fossile, ma investe su rinnovabili ed efficientamento energetico. La stessa Europa, mettendo in campo azioni di efficientamento, ha registrato una diminuzione del fabbisogno di energia del 20%. Sempre la BEI ha investito 600 milioni in Egitto nella rete elettrica per assorbire energia rinnovabile e nel tempo è intervenuta in Marocco con finanziamenti cumulativi per 12 miliardi di euro. Sono in crescita anche gli investimenti diretti esteri – da parte della Cina, ma non solo – e sono aumentati i megadeals che arrivano al 50% degli interventi.

        Se ben gestita, l’economia africana in futuro potrà diventare un mercato di grandissima rilevanza, se non il più importante al mondo. Sono di grande interesse anche i passi in avanti del sistema finanziario, come dimostrano i pan African payments. Le maggiori Borse dell’area – Casablanca, Istanbul, Il Cairo, Tel Aviv, Algeri e Tunisi – sono in crescita e potrebbero realizzare fruttuosi accordi con le Borse europee. La capacità di risparmio dei Paesi mediterranei è alta, anche se ancora oggi il denaro spesso stenta a tornare in Africa.

        Il capitale umano continua ad avere un ruolo strategico. Mercato del lavoro e immigrazione sono centrali nel rapporto UE-Africa: nel 2050 saranno circa 50 milioni i posti di lavoro richiesti dall’Europa. Già oggi l’UE che lavora da tempo su questi temi ha varato un fair labor mobility package, un meccanismo più veloce per riconoscere lo spostamento da uno Stato all’altro. Sono anche nate delle talent partnership con Marocco, Tunisia, Egitto, Bangladesh e Pakistan in cui l’Italia ha un ruolo di leadership.

        La nuova geografia del lavoro deve puntare sull’istruzione superiore: 100 milioni di persone in Africa sono fuori dall’educazione scolastica. Una realtà come UNIMED – fondata dall’Italia 45 anni fa – può contribuire a riequilibrare la situazione del Mediterraneo oltre a portare avanti importanti iniziative educative, soprattutto a Gaza. Resta, per l’Africa e non solo, il problema del brain drain: in Marocco su 18.000 ingegneri formati all’anno 6.000 vanno poi a lavorare in Europa, mentre su 6.000 medici oltre 900 cercano una maggiore gratificazione professionale nel Vecchio Continente. Sul fronte educativo – ma anche su altri come agricoltura ed energia – l’Italia è impegnata in Africa con il Piano Mattei di cui però molti lamentano la bassa dotazione, ovvero soltanto 5 miliardi. Certamente va potenziato, ma è anche vero che, per una valutazione seria, occorrerà aspettare decenni.