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The US economy and its global impact: internal trends, trade tentions and alliance management

Roma, 27/11/2019, Conferenza Internazionale

Il quadro economico globale desta preoccupazione per il rallentamento – parzialmente sincronizzato – che si osserva in varie regioni, e per l’incertezza causata dalle tensioni commerciali: si intrecciano dunque fattori legati al ciclo economico, questioni più strettamente finanziarie (politiche fiscali e monetarie, ammontare del debito), e problemi geopolitici con una forte dimensione tecnologica. Le scelte di policy compiute dagli Stati Uniti e dai Paesi europei possono determinare gli strumenti che saranno adottati per gestire queste sfide, come anche il grado di coesione transatlantica a più lungo termine.

Il ruolo della Cina, e la sua traiettoria economica e geopolitica nei prossimi anni, sono naturalmente un quesito strategico centrale. La posizione dell’amministrazione Trump è che, nell’ambito dei negoziati commerciali in corso, un accordo bilaterale con Pechino, almeno di tipo transitorio e parziale, sia possibile in tempi brevi, ma certo non scontato. Intanto, le preoccupazioni sollevate da Washington rispetto alle pratiche cinesi, soprattutto sulla proprietà intellettuale e sul controllo statale sule imprese, sono condivise anche da molti europei – si tra i governi che nel mondo del business. E’ chiaro che grandi investimenti, dalle nuove tecnologie alle infrastrutture, saranno più difficili se questo problema non sarà risolto. Dunque la questione impatta direttamente sulle prospettive di crescita complessive, non solo negli Stati Uniti.

Il ruolo della Cina è problematico anche rispetto all’Europa, per il carattere strategico di alcuni settori in cui Pechino sta assumendo una posizione dominante o comunque centrale. Da questo punto di vista, l’Italia ha fatto un passo ulteriore, e secondo alcuni rischioso, rispetto agli altri membri del G7 con la firma del Memorandum of Understanding nel marzo 2019. D’altro canto l’Italia ha deciso di applicare il concetto di golden power (che prevede poteri speciali per il governo) alla cybersecurity e in particolare alla tecnologia 5G, un passo importante nell’ambito delle future scelte da compiere relativamente agli operatori cinesi. Dalla prospettiva americana e di alcuni partner europei, si tratta dunque di un misto di luci e ombre.

In senso più ampio, la strategia cinese di concentrarsi sulle infrastrutture (tradizionali e digitali) è comunque molto efficace nel creare forme di dipendenza che saranno poi difficili da spezzare in futuro.

Rispetto al quadro globale, la preoccupazione diffusa è però che proprio l’incertezza causata dallo scontro in atto con la Cina – un vero rischio politico – stia causando un netto rallentamento della crescita, cioè che questo rischio politico sia di per sè un problema sistemico che potrebbe andare fuori controllo. A confermare i timori c’è l’insistenza da parte di Washington per una riduzione generale del deficit commerciale americano, che avrebbe ripercussioni gravi su importanti economie europee.

Nello scenario di una recessione – che peraltro al momento non è comunque imminente – la preoccupazione maggiore riguarda gli strumenti disponibili per i governi, sia fiscali sia monetari, che appaiono oggi insufficienti. I possibili stimoli sono già stati attivati, sia negli USA che in Europa, e ciò lascia le autorità economiche con strumenti inadeguati e gravi rischi di danni collaterali nel caso si decida di ricorrere in modo estensivo a tassi di interesse negativi. Una differenza di fondo è però che l’economia americana viaggia a ritmi elevati, mentre così non è per quella europea nel suo complesso.

La tipica origine delle recessioni, negli Stati Uniti, è una “overreaction” da parte della Fed nei confronti dei rischio di inflazione, e questo non sembra un rischio di breve termine. Intanto, l’economia reale americana non presenta grandi squilibri nella fase attuale, con la spinta dei consumi che è tornata molto forte, anche se alcune debolezze riguardano gli investimenti (non sufficientemente dinamici) e il settore manifatturiero.

In chiave internazionale, il potenziale maggiore di crisi proviene dal settore finanziario, nel quale secondo alcuni esperti il livello di rischio non è realmente noto e dunque non integrabile nei modelli previsionali e nelle scelte di politica economica.

Su questo lato dell’Atlantico, la crescita lenta che si registra in Europa dipende soprattutto da problemi ben noti che si sono accumulati in alcuni settori manufatturieri trainanti, come l’automotive tedesco; ma certamente l’incertezza e il nervosismo sulle questioni commerciali hanno un ulteriore effetto frenante. La stessa transizione verso un modello più sostenibile in termini ambientali offre delle grandi opportunità ma sta creando significative incertezze. E l’Europa sconta le sue ben note difficoltà nel campo delle tecnologie più innovative e nella creazione e crescita di start-up.

Se si guarda agli ultimi vent’anni, l’eurozona ha avuto comunque tassi di crecita del reddito pro capite comparabili a quelli degli USA e della Gran Bretagna – la vera eccezione (negativa) è stata proprio l’Italia.

Due dossier che richiederanno un’attenta gestione dei rapporti transatlantici sono le norme sulla privacy (soprattutto in relazione alle grandi piattaforme digitali) e le politiche per contrastare i cambiamenti climatici. In entrambi i settori, a Washington si teme un eccesso di regolamentazione da parte europea, pur accettando l’esigenza di un dialogo finalizzato a creare un quadro normativo più efficace. Riguardo alla sostenibilità ambientale, vi sono due scelte di fondo: la prima riguarda il livello di libertà che sarà lasciato alle dinamiche di mercato nello sviluppare soluzioni tecnologiche innovative; la seconda riguarda gli strumenti più adeguati per convincere i maggiori produttori attuali di sostanze inquinanti e responsabili dell“effetto serra” a cambiare rotta (invece di approfittare dei vantaggi competitivi legati a maggiori emissioni).

L’amministrazione Trump ritiene inoltre che una questione economica – o almeno quantitativa – abbia fondamentale rilevanza politica: il 2% dei bilanci nazionali come contributo alla NATO, cioè l’impegno assunto da tutti gli alleati che ad oggi non viene rispettato dalla maggioranza di essi.

Rispetto alle spese per le difesa, è stato notato che l’obiettivo comune per i membri dell’Alleanza riguarda in effetti le capacità, non le risorse finanziarie di per sé (che dovrebbero essere un parametro di tipo indiretto); inoltre, produrre capacità aggregate aggiuntive richiede a sua volta uno stretto coordinamento tra alleati (anche a livello intra-europeo, con la possibilità di lavorare su progetti specifici fortemente integrati) più ancora che il rispetto di target predefiniti in chiave puramente nazionale. Resta il fatto che diversi Paesi-membri accusano ritardi e carenze negli investimenti per l’ammodernamento delle loro forze armate, il che finisce per avere ripercussioni negative sull’interoperabilità a livello NATO.

La NATO è in effetti in uno stato di buona efficienza sotto molti punti di vista, a cominciare da alcune tradizionali capacità operative che restano di ottimo livello. Sa come gestire le pressioni russe, nonostante alcuni dubbi sull’affidabilità dell’impegno americano, e sa come facilitare una stretta cooperazione contro la minaccia terroristica. Ma l’Alleanza è disfunzionale da altri punti di vista, come nel legame tra questioni economiche e di sicurezza o nell’affrontare il vecchio problema del burden sharing nelle attuali condizioni macroeconomiche, come anche nella gestione dei rapporti con l’Iran e della questione siriana rispetto al ruolo della Turchia e dei curdi. Rimane dunque un cruciale snodo della sicurezza transatlantica, ma non copre l’intero spettro, ormai molto ampio e variegato, di rischi e minacce.

Una fondamentale carenza della NATO è che ad oggi non ha una politica condivisa nei confronti della Cina, l’unico vero rivale strategico globale dell’Occidente. E un quesito strategico collegato è se la NATO abbia un interesse a recuperare un rapporto con la Russia allo scopo specifico di separare Pechino e Mosca ( e dunque poter meglio contenere l’assertività cinese).

Intanto, sia Cina che Russia stanno dispiegando le tecnologie emergenti per penetrare le nostre difese in vari settori (più o meno direttamente legati alla sicurezza), ma anche in tal senso la NATO, e la stessa UE, mancano di un coordinamento stretto nel campo della cybersicurezza. E questo tipo di minaccia spesso indiretta, o non facilmente rintracciabile, può seriamente danneggiare la coesione euro-americana se riduce la fiducia reciproca.

La Cina ha raggiunto una sorta di “Sputnik moment” nella sua espansione globale, che pone un dilemma per l’Europa e gli USA. Un completo decoupling economico-commerciale è improbabile, ma le basi del rapporto dell’Occidente con la Cina stanno cambiando verso una forma di contenimento della crescita cinese. Un grande vantaggio comparato per Pechino è che sta realizzando massicci investimenti nelle infrastrutture, al contrario di Europa e Stati Uniti – oltre a importanti investimenti in campo militare e ormai anche spaziale.

In tutti questi settori, le risposte da parte occidentale dovranno essere anzitutto interne, visto che la sfida tra modelli di crescita e sviluppo è pienamente in atto. Soltanto con interventi strutturali interni sarà possibile ingaggiare la Cina da una posizione di maggiore forza – non necessariamente contrastarla in modo frontale.

Altri partecipanti hanno però sottolineato che un passo necessario è comunque la formulazione di una posizione sulla Cina in ambito europeo – come precondizione per una possibile strategia transatlantica.

Proprio in chiave intra-europea, alcuni ritengono che si debba esercitare grande cautela nel seguire una linea franco-tedesca che volesse di fatto intensificare la cooperazione nel campo della sicurezza per tenere la Gran Bretagna fuori da nuovi accordi: il contributo britannico rimane importante, con o senza Brexit.