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La riqualificazione delle aree di crisi industriale complessa: una visione per il futuro.

L'Umbria e il caso di Terni e Narni
Terni, 10/05/2019 - 11/05/2019, Conferenza Nazionale
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Le crisi del 2008 e 2011 hanno avuto in Umbria un impatto severo rispetto ad altre zone dell’Italia e dell’Europa. Il quadro peraltro aveva già cominciato a deteriorarsi all’inizio degli anni 2000, aprendo un divario tra l’Umbria, regione di grande tradizione manifatturiera, e le aree più ricche del Paese. Nello studio presentato durante la conferenza si fa riferimento proprio alle  origini della crisi a partire dal dato microeconomico ed evidenziando una forte polarizzazione nella competitività delle imprese. Polarizzazione peraltro registrata anche in altre regioni europee a forte vocazione manifatturiera sia più dinamiche (come la Lombardia, il Baden-Württenberg, Auvergne-Rhône-Alpes, Catalogna) sia oggetto di simili fasi di ristrutturazione industriale (Hassen, Bilbao, Midlands).

Se a livello globale  si stanno concentrando gli sforzi sul ripensamento dell’organizzazione della produzione manifatturiera, è anche vero che a livello regionale le imprese puntano a concentrare la propria attività su un segmento dell’intero processo produttivo per trarne un vantaggio competitivo. E questo è utile per offrire agli investitori nazionali e internazionali un territorio che sia in grado di proporre al mondo della produzione ciò che altre regioni non hanno, proprio sulla base di vantaggi comparati locali.

Per raggiungere questo obiettivo è però necessaria una solida base finanziaria per investire in innovazione e formazione e per ottenere un alto livello di “servitizzazione” della produzione manifatturiera, essendo il contributo del settore dei servizi oramai cruciale per lo sviluppo e il posizionamento nel mercato.

Accedere al mercato del credito - superandone i vincoli di accesso – non è semplice e resta strategico il cosiddetto “capitale paziente”, in grado di garantire una logica di lungo termine negli investimenti con il preciso scopo di assicurare investimenti produttivi anche nella transizione tecnologica e – ancora di più – per la ricostruzione industriale. Una via percorribile è quella di un miglior utilizzo dei Fondi Strutturali Europei, soprattutto se fortemente orientati alla ricerca, sviluppo e innovazione.

La formazione rimane comunque uno dei nodi fondamentali per ripartire e in particolare ci si dovrebbe concentrare non solo sulla generazione di conoscenza, ma anche sulla “trasformazione” della conoscenza. Non bisogna infatti dimenticare che la formazione riguarda senz’altro le nuove generazioni ma anche l’adattamento alla grande trasformazione in atto, che coinvolge le generazioni già inserite nel mercato del lavoro e che hanno accumulato una conoscenza concreta dei meccanismi della produzione e del processo.

Per il rilancio delle aree di crisi sono necessarie una serie di riforme: innanzi tutto una buona governance, una semplificazione del sistema delle regole, ad esempio lo snellimento della burocrazia; anche la ricerca di identità del territorio ha una precisa finalità e potrebbe guidare un intervento dello stato nello sviluppo economico: è stato fatto un percorso di raccolta di fabbisogni e idee contemperate alla programmazione regionale tale che i driver di sviluppo di cui tanto si discute offrono una connotazione del territorio piuttosto precisa e possono essere ampiamente sfruttati proprio per politiche più mirate. È importante creare percorsi e modalità che permettano all’economia – sia nel caso delle PMI sia per le grandi imprese - di cogliere e fare propria l’evoluzione dello scenario internazionale, creando valore alla realtà locale. Tuttavia in Umbria è elevato il peso delle imprese più inefficienti, che richiedono quindi maggiore attenzione in una logica di inversione di tendenza.

Quando si parla di riqualificazione delle aree di crisi, lo scambio di idee è fondamentale e quindi l’apertura a nuovi stimoli e nuovi input gioca un ruolo fondamentale nella crescita e nello sviluppo dei territori.