L’Italia nella nuova geo-economia del G20

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Ricerca Aspen Institute Italia in collaborazione con Fondazione Edison

Summary della ricerca e principali evidenze
di Marco Fortis

gennaio 2010

La crisi globale divampata nell’autunno del 2008 ha rappresentato uno shock di proporzioni storiche, con pesanti impatti sui consumi, sugli investimenti e sul commercio internazionale e strascichi ancora di difficile valutazione sull’occupazione e sui conti pubblici. Ma secondo molti questo shock non frenerà le trasformazioni della geo-economia, che sta cambiando sempre più rapidamente con la prepotente ascesa dei Paesi emergenti, in particolare Cina e India, e con l’evoluzione del G-8 nel G-20.

Già negli ultimi quindici anni i cambiamenti sul piano della crescita del PIL e degli interscambi commerciali sono stati considerevoli, con una crescita dell’importanza dei cosiddetti BRICs (Brasile, Russia, India e Cina), ma nei prossimi 2-3 decenni gli sconvolgimenti potrebbero divenire addirittura epocali. Gli analisti prevedono che il PIL della Cina sia destinato a superare quello degli stessi Stati Uniti, perlomeno in termini di parità di potere d’acquisto, forse entro questo decennio. Mentre già nel 2009 la Cina ha scavalcato la Germania diventando il più importante Paese esportatore del mondo.

In questo scenario, quale ruolo può avere l’Europa e soprattutto l’Italia?

Contrariamente a chi prospetta un ruolo marginale dell’Italia nel G-20 uno studio di Aspen Institute Italia realizzato in collaborazione con la Fondazione Edison dimostra che anche nella nuova geo-economia il nostro Paese può rivestire un ruolo significativo, pur con i limiti che gli derivano da tre fattori principali:
1) l’Italia è un “piccolo” Paese di 60 milioni di abitanti, quindi non solo nei rapporti di forza geo-politici ma anche in quelli geo-economici non si può non tenere conto, in prospettiva, del crescente peso relativo di Paesi emergenti che hanno un capitale demografico gigantesco rispetto all’Italia (e rispetto ad altri Paesi europei a noi simili, come Francia e Gran Bretagna, da cui discende l’importanza cruciale di una strategia politica ed economica europea);
2) alcuni vincoli strutturali frenano la crescita dell’Italia (in primo luogo il debito pubblico, l’evasione fiscale, il divario Nord-Sud, il deficit energetico ed infrastrutturale) e possono rappresentare degli ostacoli oggettivi anche nel posizionamento dell’Italia nella nuova geo-economia, per cui un progetto di riforme è essenziale per poter competere adeguatamente;
3) è altresì cruciale un rafforzamento del sistema produttivo italiano, che pure è secondo per competitività soltanto alla Germania nel contesto internazionale, mediante un processo di aggregazione delle nostre imprese più piccole che accresca il numero delle imprese medio-grandi e grandi del cosiddetto “quarto capitalismo”.

Il PIL resta certamente l’indicatore di riferimento per qualunque di tipo di analisi comparata dei sistemi economici, ma la crescente complessità degli stessi sta spingendo gli studiosi a svolgere riflessioni sempre più ampie sulla misurazione della performance economica e del progresso sociale, come dimostra anche il recente Rapporto Stiglitz-Sen-Fitoussi elaborato su incarico del Presidente francese Nicholas Sarkozy. Non solo il reddito, ma anche la ricchezza delle famiglie, il dinamismo imprenditoriale, nonché gli aspetti ambientali e di qualità della vita, entrano sempre più spesso nelle considerazioni relative alla misurazione comparata del benessere.

Per queste ragioni lo studio di Aspen/Fondazione Edison ha esteso la sua analisi sul posizionamento dell’Italia nella nuova geo-economia del G-20 ad una cinquantina di indicatori suddivisi in 6 categorie di cui due sono a loro volta suddivise in due sottocategorie:

-    indicatori di dimensione: superficie, popolazione, PIL a valori correnti e a parità di potere d’acquisto, ricchezza netta delle famiglie a valori correnti e a parità di potere d’acquisto, debito pubblico e indebitamento delle famiglie;
-    indicatori di reddito e benessere: reddito nazionale lordo pro capite a valori correnti e a parità di potere d’acquisto, ricchezza delle famiglie media e mediana pro capite, qualità della vita, numero di auto e di abbonamenti telefonici per abitante;
-    indicatori di sviluppo, welfare, della disoccupazione e del funzionamento dello Stato: indice di sviluppo umano dell’ONU, spesa pubblica per le pensioni, l’educazione e la salute, tasso di disoccupazione, peso della burocrazia sulle attività di business, amministrazione della giustizia;
-    indicatori di economia reale: valore aggiunto dell’industria manifatturiera, bilancia commerciale con l’estero per i prodotti manufatti non alimentari nel loro complesso e per 4 loro principali categorie (1-meccanica non elettronica e mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli; 2-autoveicoli, elettronica e prodotti per le telecomunicazioni; 3-chimica e farmaceutica; 4-prodotti per la persona e la casa ed altri manufatti), terra arabile pro capite, valore aggiunto dell’agricoltura, bilancia commerciale con l’estero per la frutta fresca, export di prodotti della “dieta mediterranea”, entrate turistiche internazionali, numero di siti del patrimonio mondiale dell’UNESCO;
-    indicatori di produttività, competitività e ricerca: produttività complessiva e del lavoro a parità di potere d’acquisto, competitività nel commercio internazionale, spese in ricerca e sviluppo;
-    indicatori di dotazione di infrastrutture e indicatori ambientali: livello delle infrastrutture di base, livello di autosufficienza energetica, numero di utilizzatori di internet e di sottoscrittori di abbonamenti internet di banda larga, emissioni di CO2 totali e pro capite, concentrazione di particolato fine nell’aria dei centri urbani, scarichi di inquinanti organici nelle acque.

Rispetto agli indicatori classici di riferimento (rappresentati dal Prodotto Interno Lordo e dal Reddito Nazionale Lordo pro capite) i maggiori punti di forza dell’Italia nel G-20, in estrema sintesi, sono costituiti da: un basso debito delle famiglie ed un buon livello assoluto, medio e mediano della ricchezza delle famiglie stesse; una qualità della vita tra le più alte (siamo secondi nel G20 per l’Economist), un sistema pensionistico e di welfare che garantisce una buona sicurezza sociale, un posizionamento molto importante nella manifattura, nell’agricoltura e nel turismo a livello mondiale, una competitività elevata nel commercio internazionale e, nonostante la lenta crescita dell’ultimo decennio, un buon livello di produttività aggregata (l’Italia è terza nel G20 dietro Stati Uniti e Francia).

Per contro, l’Italia appare posizionata male quanto a peso della burocrazia sulle attività di business, lentezza ed inefficienze nell’amministrazione della giustizia, livello elevato del debito pubblico, situazione generale delle infrastrutture e livello di dipendenza energetica dall’estero (dove l’Italia è ultima nel G20).

Spiccano, in particolare, i punti di forza dell’Italia nell’economia reale. Mentre il nostro Paese è settimo nel G20 per dimensioni del PIL a valori correnti, è quinto per generazione di valore aggiunto manifatturiero ed ha il quinto miglior surplus commerciale con l’estero nei manufatti non alimentari. Eccelle nella bilancia commerciale dei beni per la persona e la casa dove è secondo (superato solo in volume, ma non certo in qualità, dalla Cina) ed è terzo nella meccanica non elettronica e nei mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli (superato soltanto da Germania e Giappone quanto a surplus commerciale). Alla fine dello scorso anno abbiamo inoltre documentato su queste colonne come l’Italia sia prima, seconda o terza esportatrice mondiale in oltre 1.000 prodotti su un totale di più di 5.500 prodotti in cui è suddiviso in estremo dettaglio il commercio internazionale.

L’Italia vanta anche il maggiore attivo commerciale con l’estero per la frutta fresca a livello dei Paesi del G20 ed anche il più elevato export di prodotti trasformati della dieta cosiddetta “mediterranea” (derivati del pomodoro, pasta, olio d’oliva, vini, caffè torrefatto). Il nostro Paese è altresì primo per siti patrimonio mondiale dell’UNESCO, terzo nel G20 per entrate turistiche e quarto per arrivi internazionali dietro USA, Francia e Cina. Ma per numero di pernottamenti di turisti stranieri l’Italia è davanti alla stessa Francia e singole città, province o regioni italiane (come Venezia, Roma o il Trentino-Alto Adige) ospitano ogni anno più turisti stranieri di intere nazioni.

La nostra convinzione è che i punti di forza dell’Italia siano di gran lunga superiori a quelli di debolezza. Ma poiché la competizione è destinata ad accrescersi drammaticamente nello scenario imperniato sulle nuove polarità della geo-economia che uscirà dall’attuale crisi, è essenziale che l’Italia avvii un importante programma di riforme che permetta di stabilizzare i suoi conti pubblici, migliorando al contempo le infrastrutture e i servizi che lo Stato offre ai cittadini e alle imprese portandoli ad un livello adeguato all’eccellenza ricoperta a livello mondiale dai suoi settori dell’economia reale.