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Generazione Y e la sfida del lavoro

Presentazione di Aspenia 62
Roma, 16/12/2013, Aspenia
Rassegna stampa

I dati sulla crescita e sull’occupazione continuano a fornire un quadro obiettivamente preoccupante per l’Europa, e per l’Italia in particolare. L’economia italiana sta tuttora perdendo posti di lavoro, soprattutto giovanili; la ripresa sarà lenta (e diseguale in diverse aree del paese), con un aumento previsto delle opportunità di lavoro inferiore  alla crescita del PIL. Questo fenomeno si lega a fattori strutturali – un calo progressivo, registrato per molti anni ben prima della crisi in corso, della competitività complessiva dell’economia italiana – e a carenze del sistema-paese prima ancora che di singoli settori o aziende. Su questo sfondo, la crisi ha portato negli ultimi anni alla scomparsa di numerose imprese, con un impoverimento non soltanto dei cittadini ma anche del tessuto produttivo nazionale: ciò avrà necessariamente effetti negativi di medio e forse lungo periodo per l’occupazione e dunque la domanda interna, con il rischio di una spirale da cui sarà difficile uscire.

Per scongiurare tale scenario si deve puntare soprattutto sui punti di forza del sistema Italia: settore manifatturiero di alta qualità, creatività e flessibilità della aziende di medie e piccole dimensioni, ruolo indispensabile delle (poche) grandi aziende competitive sul piano internazionale in comparti cruciali come l’energia, le infrastrutture e i servizi più avanzati.

La situazione italiana ed europea va inserita nel contesto globale, che presenta una fase di rapida innovazione tecnologica (sia nei processi produttivi che nei beni e servizi per il consumo): l’introduzione massiccia di nuove tecnologie ha sempre effetti dirompenti, e dunque negativi per alcuni settori e i lavoratori che ne fanno parte (o i meno qualificati tra essi); storicamente, però, ne beneficia l’ampiezza e la qualità dei prodotti, a vantaggio anche del lavoro e dei consumatori. Si tratta allora di gestire una delicata transizione di questa specifica fase post-industriale, che peraltro comprende una parziale re-industrializzazione delle economie avanzate, con opportunità importanti che chi saprà coglierle.

A fronte di queste sfide, sono state identificate delle gravi carenze nel sistema dell’istruzione  e della formazione in Italia, soprattutto nel collegamento della scuola con il mondo del lavoro. Vi sono opinioni diverse sulla priorità da attribuire a una preparazione tecnico-scientifica rispetto ad una umanistica nell’attuale mercato del lavoro, ma in ultima analisi è probabile che un mix di competenze sia la soluzione più efficace. Altrettanto necessario è comunque garantire migliori meccanismi di incontro tra domanda e offerta per sfruttare il capitale umano già disponibile e attualmente sotto-utilizzato.

In ottica comparata, non esistono veri modelli precostituiti e soprattutto statici che possano risolvere i problemi dell’occupazione e della crescita: lo stesso “modello tedesco”, pur importante come punto di riferimento complessivo, presenta dei punti deboli e contribuisce a pericolosi e ben noti squilibri sul piano continentale. E’ essenziale piuttosto un adattamento costante e una forte dose di pragmatismo nell’attuazione delle politiche economiche, e in ogni caso una visione del sistema-paese che coinvolga il governo centrale, gli enti locali, le associazioni e le aziende. Soltanto con una visione d’insieme sarà possibile ridurre anche i rischi di fratture generazionali che, a loro volta, tendono a produrre tensioni sociali. Nonostante la gravità della situazione occupazionale di tutte le fasce di età, le politiche di sostegno all’impiego giovanile sono prioritarie perché costituiscono un investimento nel futuro e dunque possono avere un effetto-volano rispetto a una ripresa solida e durevole.