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Energy, Climate and GeopoliticsBuilding Resilience in the 21st Century

  • Roma
  • 27 Maggio 2026

        A seguito del conflitto militare nel Golfo Persico è in atto una crisi energetica senza precedenti, sia per gli effetti diretti sui mercati dell’energia sia per gli effetti indiretti su alcune filiere fondamentali come quella dei fertilizzanti e dei prodotti agricoli. La peculiarità di questo caso è che manca uno swing producer (in passato, quasi sempre l’Arabia Saudita) in grado di compensare la perdita di forniture localizzata, vista la natura regionale molto più ampia del blocco dei flussi tuttora in atto. L’Iran ha sostanzialmente socializzato il costo della guerra, trasformando un problema che poteva restare locale e circoscritto in una sfida globale e ponendosi l’obiettivo – ormai realistico –  di sedere al tavolo delle trattative per la futura co-gestione dello Stretto di Hormuz.

        Il prezzo del Brent è sotto il livello del 2022, a fronte di una riduzione più massiccia dei flussi rispetto ad allora: questo è in sé un segnale importante e relativamente positivo, almeno nel breve termine. Il problema è proprio il lag temporale (tra le prime settimane, in cui le riserve hanno assorbito l’urto, e i prossimi mesi), che quasi certamente porterà un rischio di peggioramento della situazione nel corso dell’estate e comunque ulteriori costi diffusi, perfino in caso di una risoluzione immediata del conflitto militare con la riapertura di Hormuz. Ciò è dovuto anche all’esigenza di riattivare gli impianti danneggiati o chiusi e di adeguare le polizze assicurative delle flotte cargo. L’altro aspetto positivo è che le rotte del Mar Rosso sono finora rimaste operative, anche nella fase più acuta della crisi – il che a sua volta ha consentito l’utilizzo dell’oleodotto saudita lungo la direttrice est-ovest, (Petroline), per portare sul mercato una parte delle riserve provenienti dal Golfo attraverso una via alternativa.

        Il conflitto in corso nel Golfo può in realtà vedersi come una tappa del complessivo riassetto del sistema energetico globale. Proprio alla luce dell’accresciuto rischio politico, la diversificazione è l’unica strada che può portare alla sicurezza energetica e ad un maggiore grado di sovranità economica – che comunque deve fare i conti con complesse forme di interdipendenza. Perfino guardando agli Stati Uniti – con la loro relativa “energy autonomy” e le ambizioni di Trump di sfruttare una vera “energy dominance” – le riserve strategiche sono uno strumento tuttora importante ma insufficiente per gestire emergenze di grande portata. Quanto alla Cina, i grandi sforzi infrastrutturali compiuti negli ultimi anni e gli investimenti nelle fonti rinnovabili stanno dando i loro frutti, sebbene la dipendenza del Paese dalle forniture del Golfo sia ancora elevata. La politica cinese di rapida elettrificazione della sua economia è parte di questa strategia perché le rinnovabili (compreso certamente il notevole peso del nucleare nel mix) consentono un maggior grado di autonomia dalle forniture estere. E ciò va inserito in una scelta più ampia di diversificazione a tutto spettro, che ha puntato anche sul carbone e sulla ricerca di shale oil&gas.

        In realtà nulla impedisce all’Europa, con alcuni accorgimenti, di perseguire una linea simile: la tanto agognata “autonomia strategica” non avrà solide basi energetiche senza questi sforzi. La transizione verde sarà vista sempre più come parte integrante di un assetto più resiliente ed equilibrato, invece che come scelta esclusivamente dettata da considerazioni climatiche e ambientali. Le reti energetiche europee sono ancora poco integrate, con scarsa capacità di riequilibrare carenze nazionali nell’ambito di un sistema flessibile. Guardando all’Italia in questo contesto regionale e globale, si deve partire dal dato di fondo di un mix energetico fortemente incentrato sul ciclo del gas che però vede oltre il 50% della produzione energetica nazionale affidata alle rinnovabili (compreso l’idroelettrico).  Nel complesso, le linee di azione realistiche e prioritarie per l’Italia si possono così riassumere: aumentare l’incidenza delle rinnovabili nel mix energetico; lavorare all’evoluzione ulteriore del “market design” e dei meccanismi di contrattualizzazione tra produttori e consumatori industriali; assicurare una guida salda da parte del governo, che riconosca le interdipendenze anche di tipo trasversale, per cui la digitalizzazione serve a migliorare l’efficienza energetica ma ha a sua volta bisogno di una dotazione energetica adeguata.