L’Italia dispone di un capitale culturale tra i più rilevanti al mondo, ma stenta a tradurlo in una strategia coerente di proiezione internazionale. È una condizione che merita di essere affrontata a partire da una premessa concettuale: il soft power italiano non coincide con la nozione geopolitica elaborata da Joseph Nye, pensata in funzione degli interessi nazionali di una potenza consapevole della propria centralità strategica. Nella prospettiva italiana il soft power è piuttosto l’insieme degli elementi che definiscono l’attrattività del Paese e si estende alla politica e all’economia attraverso il prisma della cultura. L’Italia è una nazione povera di risorse, ma è riuscita a collocarsi stabilmente fra i principali esportatori al mondo, con presidi in settori ad alto valore aggiunto. La sua forza è nella creatività e nel connubio fra conoscenze scientifiche e umanistiche che, associate al “saper fare”, costituiscono la base della cultura politecnica.
La cultura, quindi, nell’analizzare la forza del made in Italy, non può essere una variabile subordinata all’interesse economico, ma va intesa come il suo traino: è opportuno evitare di trattarla in maniera utilitarista, come supporto strumentale al commercio, per non indebolire il messaggio che si intende veicolare; laddove invece economia e cultura si sostengono reciprocamente, la proiezione del Paese trova la sua massima efficacia. L’idea di bellezza e di cultura, proprio in quanto non immediatamente finalizzata, risulta più credibile e quindi più efficace nel sostenere, a valle, gli interessi economici e politici dell’Italia.
La ricchezza multiforme del soft power italiano manca, tuttavia, di una piattaforma unitaria che integri tutela e diffusione della cultura, diplomazia e internazionalizzazione delle imprese. Superare la frammentazione e migliorare il coordinamento con gli enti locali è una sfida aperta, in cui l’Italia può far tesoro dell’esperienza di altri Paesi europei. A tal fine è necessario valorizzare anche il ruolo, tutt’altro che marginale, dell’iniziativa privata e del mecenatismo d’impresa, che risponde legittimamente a logiche di mercato ma che, in assenza di un coordinamento più ampio, non riesce a tradursi in un incremento sistemico dell’immagine complessiva del Paese.
Lavorare su una migliore regia del soft power italiano significa incidere su settori importanti per l’economia, ad iniziare dal turismo: i milioni di persone che visitano il Paese e lo continuano a considerare fra le destinazioni globali più ambite sono una risorsa importante per la promozione della cultura e dell’economia. Questi flussi, però, devono essere gestiti con logiche che superano il mero marketing territoriale, troppo spesso promotore di una frammentazione dell’offerta e del rischio di overtourism. Analogamente, altri comparti che già godono di grande visibilità — è il caso dell’agroalimentare — possono essere efficacemente impiegati per ampliare la percezione dell’Italia quale attore della contemporaneità, presente su sfide cruciali come la sicurezza alimentare.
Il rimedio all’attuale dispersione di energie, competenze e centri decisionali non può essere un apparato regolatorio pesante che rischierebbe di soffocare proprio quella vitalità da valorizzare. Si tratta piuttosto di immaginare un coordinamento istituzionale agile, aperto a momenti di confronto pubblico — ad esempio degli Stati Generali della Cultura, convocati con cadenza pluriennale — nei quali mettere a fattor comune esperienze e strategie. Il coordinamento, insomma, non deve tradursi in omogeneizzazione: il pluralismo delle identità regionali resta un tratto costitutivo dell’Italia e la risposta alla sua frammentazione non è un’identità imposta dall’alto, ma una convergenza che nasce dal territorio.
È fondamentale, inoltre, allargare lo sforzo di promozione della cultura italiana, dalla dimensione tradizionale — caratterizzata da arte, lingua, patrimonio storico — alle eccellenze scientifiche e tecnologiche del Paese. L’Italia possiede competenze riconosciute a livello internazionale in ambiti di avanguardia che andrebbero valorizzati al meglio per attrarre investimenti e capitale umano. In questo senso la comunità di ricercatori, professionisti e imprenditori italiani attivi all’estero, così come i “cervelli” di altri Paesi che si sono formati nel sistema italiano, rappresentano una risorsa culturale ancora ampiamente sottoutilizzata.
In questo scenario si inserisce la questione linguistica. L’italiano non è mai stato lingua veicolare, né aspira a esserlo, ma la sua diffusione crescente presso un pubblico colto lo rende valido strumento culturale. Perciò è necessario superare divisioni e duplicazioni che ne affliggono la promozione e l’insegnamento.
Il quadro che ne risulta non è quello di un’assenza di soft power, quanto di un eccesso di capitale culturale rispetto alla capacità di organizzarlo in una strategia coerente. L’Italia resta ai vertici degli indici internazionali di reputazione e attrattività, ma fatica a tradurre tale primato in scelte strategiche per il futuro e in decisioni tempestive per affrontare le molteplici transizioni in atto, a partire da quella digitale che sta mutando radicalmente gli attori e le infrastrutture su cui si veicola la promozione di un Paese. Esistono, tuttavia, leve efficaci da attivare: è il caso, ad esempio, del Piano Mattei che rappresenta oggi la principale iniziativa politica europea verso un continente come l’Africa, cruciale per il futuro.
L’Italia è quindi chiamata a realizzare al più presto il passaggio dall’ammirazione per il proprio patrimonio alla scelta consapevole di promuoverlo: un passaggio che richiede stabilità istituzionale, continuità oltre il ciclo politico, ma soprattutto la capacità di riconoscere nella cultura non tanto un ornamento della politica estera, quanto uno dei suoi più importanti fondamenti.


