Vai al contenuto

Economic Security and Technological Sovereignty: A Bottom-Up Strategy for Europe’s Tech-Driven Future

  • Roma
  • 1 Luglio 2026

        Il progetto avviato nel 2025 da Aspen Institute con l’Università LUISS, lo Studio Chiomenti e il Politecnico di Torino, con il sostegno della Compagnia di San Paolo, cerca di contribuire al posizionamento dell’Unione Europea e dell’Italia in un contesto internazionale caratterizzato in modo sempre più frequente dalla competizione sulle tecnologie di frontiera e dalla weaponization delle capacità industriali.

        Lo sviluppo tecnologico è divenuto, ancor più che in passato, un tema centrale di politica estera, esemplificato dalla dottrina della prima amministrazione Trump: “Economic security is national security”. In parallelo, la Cina è diventata un attore economico di dimensioni tali da produrre effetti sistemici sull’economia globale e ha adottato un approccio molto assertivo alle politiche commerciali e tecnologiche con un controllo diffuso e capillare di varie filiere essenziali. Come combinato disposto di tali sviluppi, vi è un crescente ed evidente rischio di barriere in cui le tecnologie non vengono condivise nemmeno tra alleati, o sono sottoposte a stringenti condizioni. Unione Europea e Italia, volenti o nolenti, dovranno muoversi in questo scenario internazionale.

        Il contesto strategico è cambiato ben al di là dei fattori puramente commerciali poiché da oltre 15 anni la Cina ha sistematicamente cercato di identificare, aggirare o sfruttare i “chokepoints” del sistema globale, liberandosi dai vincoli e facendo leva sui punti di forza, ove possibile. Ha progressivamente adattato le sue scelte di politica economica con lo specifico obiettivo di crescere lungo la scala del valore e controllare intere filiere produttive. Ciò impone a tutti gli altri attori una nuova capacità di agire sia in chiave difensiva che proattiva.

        Il concetto europeo di sicurezza economica, a partire dalla presentazione della prima Strategia del 2023, sulla base del lavoro già svolto col quadro comune per il controllo degli investimenti esteri diretti a partire dal 2019, è stato caratterizzato da un approccio top-down, in cui sono stati elaborati provvedimenti all’incrocio tra le competenze nazionali e quelle europee, per esempi sulle tecnologie dual use, sulla sicurezza nella ricerca e sul controllo sulle esportazioni, oltre a possibili quadri ulteriori sugli investimenti esterni.

        Rispetto agli altri poli globali, e in particolare rispetto a Stati Uniti e Cina, l’Unione Europea sconta un difetto di scala di azione comune, un mercato dei capitali incompleto e una posizione spesso non omogenea tra gli Stati membri su alcuni dossier. Oltre a queste condizioni, che auspicabilmente dovrebbero essere superate, esistono altri temi su cui intervenire comunque, al fine di costruire un concetto più efficace e operativo di sicurezza economica, e su questi obiettivi si concentra il progetto “Ripensare la strategia di sicurezza economica europea” e si può collocare la sua scalabilità.

        In primo luogo, la conoscenza approfondita e puntuale delle filiere e il coinvolgimento delle imprese sono un vantaggio (o uno svantaggio) competitivo. Su questo tema, l’Europa sconta un evidente gap rispetto a Cina e Stati Uniti. Gli stessi strumenti normativi – controllo investimenti in entrata e in uscita, controlli sulle esportazioni -) dovrebbero seguire una mappatura di capacità, per non operare in termini solamente reattivi ma anticipatori. Pertanto, gli strumenti e gli organismi dedicati alla sicurezza economica dovrebbero orientarsi verso una ricognizione costante e non episodica delle filiere critiche europee, per una migliore comprensione delle capacità e delle dipendenze presenti.

        Le imprese europee esistenti e le nuove startup, non solo i governi, sono gli attori primari della sicurezza economica ma hanno bisogno di un ecosistema non ostile (anzi, favorevole e funzionale) e di un quadro regolatorio non frammentato.

        La sicurezza economica, in un’ottica di prosecuzione del lavoro avviato dall’Aspen Institute, si lega pertanto all’identificazione dei capi-filiera e i “campioni nascosti” delle nicchie strategiche, nonché alla costruzione di strumenti di reale collaborazione tra pubblico e privato.

        Non sarà possibile conoscere tutto con assoluta precisione – anche a causa della natura dinamica delle supply chain – ma occorre favorire alcuni processi di “mutua dipendenza” nelle filiere critiche, anzitutto per non essere sorpresi dalla weaponization da parte degli altri attori. Questo non vale solo per l’esistente, su cui diffondere le best-practices dei settori che sono più avanti, ma anche per lo sviluppo di nuove filiere, come per esempio le tecnologie quantistiche, evitando per quanto possibile rallentamenti e duplicazioni e favorendo collaborazioni più intense tra gli Stati europei.

        In ogni caso, non esiste sicurezza economica senza sicurezza energetica: sebbene il mix energetico stia cambiando in modo significativo per tutti i maggiori player, gli approvvigionamenti energetici rimangono certamente un fattore-chiave della resilienza e dell’innovazione.

        L’Europa deve considerare l’energia un fattore esplicito della sicurezza economica, con l’obiettivo di prezzi competitivi rispetto a Stati Uniti, Cina e ad altri poli industriali e allo stesso tempo, con un’organizzazione di capacità diffuse, per resistere agli shock geopolitici. La priorità è creare un vero sistema energetico integrato a supporto delle filiere produttive, mentre abbiamo tuttora una situazione frammentata che rende impossibile l’attivazione di “smart grid” per l’ottimizzazione della produzione (soprattutto di fonti rinnovabili), dello stoccaggio e della distribuzione.

        La UE dovrebbe ragionare in termini di “Unione per la competitività” oltre che di integrazione regolatoria, adottato dunque un’ottica più ampia rispetto al recente passato. Nello scenario attuale, la competitività tecnologica dipende dalla capacità di trattenere in Europa i fondatori e i ricercatori disposti a costruire prodotti e inseguire mercati. Il sostegno alla scienza di base e ai centri di ricerca, pur auspicabile, non è un elemento sufficiente per una competizione che si svolge sulla scala industriale e sulla velocità con cui si arriva ai consumatori. Le misure proattive, che siano fiscali, regolatorie e di accesso al capitale, dovrebbero intervenire sugli ostacoli quotidiani vissuti da chi fonda e fa crescere imprese tecnologiche in Europa.

        Inoltre, la formazione tecnica e le politiche educative vanno collegate esplicitamente ai capitali e alla politica industriale. L’esperienza della Silicon Valley suggerisce che il fattore decisivo per le imprese innovative non è l’università in sé, ma il “salto” di un intero ecosistema di conoscenza, radicato nei territori e nelle competenze.

        Infine, anche se il nazionalismo tecnologico è in ascesa, proprio la struttura delle filiere rende irrealistico, o estremamente difficile, per ogni singolo polo costruire un sistema di “autarchia tecnologica”. In questo contesto, il progetto della Pax Silica dimostra che negli obiettivi, e in un certo senso nei vincoli, della politica estera di lungo termine degli Stati Uniti resta l’ingaggio degli alleati sulla politica tecnologica. Lo spazio d’azione europeo, in questa logica, sarà determinato dalla capacità con cui l’Europa si presenta a quei tavoli e a quei negoziati, anche nella relazione con gli Stati Uniti.