Il rapporto tra Italia e Stati Uniti continua a mantenersi solido, alimentato non solo da proficue relazioni in campo economico, politico e sociale, ma anche da radici profonde. L’architettura costituzionale americana, ad esempio, ha un debito non sempre riconosciuto verso il pensiero politico italiano: dal principio veneziano dell’equilibrio dei poteri, trasmesso ai padri fondatori, al nesso tra buone leggi e felicità pubblica elaborato da Gaetano Filangeri, fino alla proporzionalità delle pene di Cesare Beccaria, poi riflessa nel Bill of Rights. A questo patrimonio si aggiunge il contributo della grande emigrazione, che ha popolato fabbriche, cantieri, università e laboratori di ricerca statunitensi, arrivando ad alimentare una comunità di italo-discendenti stimata, a livello globale, attorno agli 80 milioni di persone – la seconda diaspora nazionale al mondo dopo quella cinese.
Su questa base storica si innesta un quadro attuale più complesso. A livello sociale, i dati sulle percezioni reciproche confermano un’asimmetria strutturale: l’opinione pubblica italiana segue le vicende statunitensi con attenzione costante, un’attenzione spesso non ricambiata dai media americani. Gli statunitensi mostrano di avere un’immagine dell’Italia positiva ma poco informata, mentre gli italiani esprimono un atteggiamento ambivalente, oscillante in base al colore politico dell’amministrazione in carica a Washington. Sul piano economico il quadro è ulteriormente sfaccettato: gli investimenti statunitensi in Italia vengono limitati dalla complessità normativa e burocratica del Paese, mentre le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti mostrano una resilienza sorprendente, con crescita a doppia cifra nonostante la politica tariffaria dell’attuale amministrazione. L’export è trainato da settori storicamente forti dell’industria italiana quali farmaceutica, meccanica di precisione, automazione e aerospazio. A essere protagoniste non sono solo le aree del Nord industrializzato: il Mezzogiorno emerge come polo strategico delle relazioni bilaterali, tra distretti industriali, presenza militare e crescente connettività aerea diretta.
Sul piano politico e governativo si registra una percezione di marginalità dell’Italia rispetto al gruppo dei principali alleati europei dell’America, cui contribuisce uno storico deficit di proiezione dell’hard power nazionale. Si tratta però di una visione in parte ingiustificata, soprattutto alla luce del contributo italiano alle missioni di pace in diverse aree di crisi. Anche per questo l’Italia è chiamata a valorizzare il proprio ruolo geopolitico, colmando insieme all’Europa gli spazi lasciati temporaneamente scoperti dal ridimensionamento dell’impegno multilaterale statunitense.
I rapporti fra Italia e Stati Uniti devono essere letti, inoltre, alla luce della collaborazione scientifica, sempre più centrale nel rafforzare competitività, innovazione e valori condivisi. È importante notare come l’ecosistema della ricerca transatlantica sia interessato da una delicata fase di trasformazione. Negli Stati Uniti i meccanismi di finanziamento pubblico della ricerca stanno attraversando un momento di revisione, con crescente incertezza sui criteri di assegnazione. Un tale scenario, unito a un clima percepito come meno accogliente verso i ricercatori stranieri, rischia di compromettere il ruolo storico dell’America come polo di attrazione dei talenti globali. In questo frangente, la comunità scientifica italiana negli Stati Uniti, che oggi conta oltre 15.000 persone, può emergere come infrastruttura di connessione tra due ecosistemi complementari: l’Italia con la sua creatività scientifica e capacità di ricerca fondamentale anche in condizioni di risorse limitate, gli Stati Uniti con un sistema capace di trasformare rapidamente la scoperta in innovazione attraverso l’integrazione tra università, centri di ricerca, industria e capitale di rischio. Valorizzare questa opportunità richiede innanzitutto alcune azioni concrete: promuovere programmi di scambio bidirezionale tra ricercatori, favorire una maggiore apertura degli atenei italiani a iniziative private, creare poli di trasferimento tecnologico dedicati alle piccole e medie imprese manifatturiere.
Più in generale, la collaborazione scientifica tra Italia e Stati Uniti dovrà muoversi su due direttrici di fondo: costruire reti di collaborazione stabili, capaci di condividere dati, infrastrutture e personale nel lungo periodo, superando la logica degli accordi episodici; e tutelare la ricerca di base, riconoscendola come leva di sovranità scientifica per entrambi i Paesi. A questo riguardo l’Italia deve misurarsi con uno scenario europeo dove l’autonomia strategica rimane una sfida, ma non può diventare un freno all’innovazione. Se, infatti, il perimetro dei “dati sensibili” riservati a tecnologie esclusivamente europee si estendesse oltre difesa e intelligence fino a includere dati sanitari, energetici e di ricerca, si arriverebbe a un’esclusione dell’Europa dalle tecnologie più avanzate.
Ricerca scientifica e trasferimento tecnologico, del resto, rimangono prioritari nel mantenimento di ottime relazioni transatlantiche. L’Italia è chiamata a investire in modo strutturale — e non episodico — su reti di persone, scambi accademici e proiezione culturale, rafforzando le relazioni con gli Stati Uniti e alimentando un percorso di reciprocità. Anche per questo il Paese deve intercettare con più determinazione gli investimenti statunitensi in intelligenza artificiale applicata alla manifattura e alla robotica, mettendo a sistema il proprio tessuto industriale e scientifico. La sfida complessiva dell’Italia è duplice: rafforzare il soft power scientifico- culturale con investimenti mirati e di lungo periodo nonché sviluppare una capacità di proiezione strategica più credibile. Senza questo impegno il patrimonio della relazione italo-americana rischia di non tradursi pienamente in una partnership politica, economica e tecnologica. Coltivare questa eredità con investimenti coerenti e di lungo periodo resta, per entrambi i Paesi, la condizione per trasformare un legame storico in un vantaggio competitivo condiviso.


