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Aspen for the G-8. Sustainable Capitalism

Finance, commodities and the common good
Roma, 20/02/2009 - 21/02/2009, Conferenza Internazionale
Rassegna stampa
Rassegna audio-video

La crisi in atto ha caratteri eccezionali per molte ragioni: tra queste, il fatto che sembra essere il culmine di una serie di fenomeni di grande accelerazione. La globalizzazione degli anni ’90, pur con i suoi molti effetti positivi, è stata troppo rapida e non è stata accompagnata da un sufficiente adeguamento delle maggiori istituzioni multilaterali, delle regole soprattutto nel settore finanziario, e dello stesso sistema valutario mondiale. Ad alcuni problemi tecnici e probabilmente transitori (come l’eccessiva diffusione di alcuni strumenti finanziari ad alto rischio) si sono così sommate debolezze strutturali, inclusi i gravi e ben noti squilibri commerciali tra le maggiori aree economiche. Tale quadro complesso si è trasformato in una crisi acuta con notevole rapidità, rendendo necessari rimedi immediati e non solo a lungo termine. Il problema è di come fare in modo che le risposte immediate creino anche i presupposti di un sistema più sostenibile nel lungo termine.

E’ sulla base di queste analisi che si deve discutere degli interventi urgenti e delle politiche per il futuro, tenendo conto in particolare di due esigenze: recuperare una dimensione etica del capitalismo (indispensabile tra l’altro a far ripartire la fiducia in tutto il sistema economico), e contenere le tentazioni protezionistiche (che avrebbero l’effetto certo di aggravare la crisi). Entrambe le esigenze passano per una sorta di “new deal globale” che consenta di condividere le responsabilità e riscrivere parte delle regole del gioco. Rimane aperto il quesito su quanto del sistema esistente possa essere conservato: se cioè stiamo vivendo una fase particolare nell’evoluzione dei mercati oppure una sorta di crisi terminale di una certa fase del capitalismo, dovuta alla diffusione di nuove tecnologie e nuovi attori nonchè a vincoli di sostenibilità planetaria.

Non è chiaro se i piani dell’amministrazione Obama avranno gli effetti sperati. Per alcuni, il nuovo presidente americano sta facendo troppi annunci e in troppe direzioni, mentre dovrebbe essenzialmente concentrarsi sulla crisi del settore bancario. Sul fronte europeo, il rischio è che le ricette nazionali finiscano per danneggiare il mercato unico, vero collante della UE. Per ciò che riguarda la Cina e in genere le nuove economie, si è dimostrata del tutto infondata la teoria del “de-coupling” (cioè della loro capacità di restare immuni dal contagio), mentre il rallentamento dei tassi di crescita crea problemi evidenti di sostenibilità sociale (e quindi di instabilità politica).

Guardando al rapporto tra sicurezza energetica e questioni ambientali, il problema di fondo è quello degli investimenti, a maggior ragione in una fase recessiva con enormi difficoltà nel settore del credito: ingenti investimenti sono indispensabili per consentire poi una ripresa duratura, oltre che per favorire un salto qualitativo in termini di innovazione tecnologia, efficienza e dunque sostenibilità anche ambientale. La diversificazione delle fonti di approvvigionamento già disponibili rimane un  fattore importante, ma l’obiettivo primario è comunque quello di una transizione verso un diverso mix energetico e, per molti versi, un diverso sistema produttivo. Qualunque schema di riduzione dell’impatto ambientale dovrà evitare soluzioni punitive per i settori in crescita, anche perché in caso contrario non otterrà il necessario consenso dei grandi paesi emergenti.

Nell’ottica di un sistema di mercato realmente sostenibile, e adattabile rispetto alle sfide dei prossimi decenni, non si può prescindere dal considerare anche le regioni meno dinamiche o comunque più colpite dalla povertà: qui la recessione globale si sta traducendo in una vera crisi alimentare. L’andamento dei prezzi di alcuni prodotti cruciali non è il solo problema, visto che la prospettiva attuale è anche di una riduzione degli aiuti allo sviluppo e di ulteriori tensioni protezionistiche nel settore agricolo. In tale contesto, c’è anche il rischio di azzerare i significativi progressi realizzati negli ultimi anni in termini di crescita economica e capacità di attirare investimenti internazionali, soprattutto nel continente africano – processi difficili che, a loro volta, sono la precondizione per ridurre la povertà.

La questione di una nuova e più efficace governance globale si intreccia strettamente con le scelte che andranno comunque compiute dai maggiori attori nazionali: sia perché alcune leve essenziali come quella fiscale restano al livello nazionale, sia perché la responsabilità di introdurre correttivi e nuovi approcci spetta soprattutto a determinati paesi. In questa ottica, il G8, ma ormai anche il G20, sono i luoghi naturali in cui intensificare il grado di coordinamento ed evitare azioni controproducenti. La gravità della crisi richiede in effetti una forte azione concordata in diversi fori  che si sta faticosamente avviando: a livello europeo, ma anche transatlantico, e in forme meno istituzionalizzate da altri raggruppamenti regionali. In ultima analisi, tuttavia, un “new deal” efficace può soltanto essere globale ed includere nuovi accordi monetari e commerciali.