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Sulle guerre

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    • 16 Giugno 2026
    • Aspenia 2/2026
    • Giugno 2026
    • 16 Giugno 2026

    Aspenia, la rivista trimestrale di Aspen Institute Italia diretta da Marta Dassù, è in uscita con il numero Sulle guerre. Tra gli autori Robert D. Kaplan, Mario Del Pero, Carlo Jean, Jonathan Stevenson, Julian Lindley-French, Ivan Nechepurenko, Giampiero Massolo, Eric B. Schnurer, Stefano Stefanini, David Livingston, Stefano Cingolani, Eyck Freymann, Davide Tabarelli, Nicola Pedde, Alessandro Aresu e Faisal J. Abbas.

    È ancora possibile vincere davvero una guerra oppure siamo entrati – anche come risultato della rivoluzione tecnologica negli affari militari – nell’età delle guerre che potremmo definire “inconcludenti”, in cui il conflitto viene congelato, senza una distinzione così chiara tra vincitori e vinti? È l’interrogativo a cui cercano di rispondere parecchi degli autori di questo numero di Aspenia.

    Secondo una opinione diffusa, le molte guerre di oggi sarebbero espressione di un cambiamento traumatico ai vertici del potere internazionale, di una competizione per il dominio fra vecchie e nuove potenze, in parte combattuta “by proxies”. E, come molte volte nella storia, fasi di transizione come queste sono segnate dalla guerra.

    Per Aspenia non è così. Sembra più corretto osservare che si tratta di conflitti regionali, anche quando sono in gioco grandi potenze: una terza guerra mondiale non ci sarà. Il XXI secolo ha visto fallire operazioni su vasta scala, condotte con grandi costi economici oltre che umani, anche quando si è trattato di missioni con una massiccia componente terrestre e con una presenza prolungata sul territorio. Le famose “forever wars”: il tipo di guerra ormai rigettata dalla stessa opinione pubblica americana.

    Come ha dimostrato l’incontro fra Donald Trump e Xi Jinping a Pechino, nel maggio 2026, le due principali potenze di questo secolo preferiscono una pace “fredda” a una guerra “calda” che sarebbe devastante per entrambe. Nonostante la svolta (di accentramento all’interno e di assertività all’esterno) impressa da Xi Jinping alla politica cinese, Pechino sembra ancora complessivamente orientata a un approccio prudente alla politica di potenza: potenza sì, ma con tempi lunghi e con un calcolo piuttosto freddo degli interessi. E, nonostante i ritmi dell’attuale riarmo, la Cina cercherà di applicare il concetto di fondo dell’“arte della guerra” di Sun Tsu: ovvero vincere senza combattere, consolidare il suo ruolo come superpotenza globale, trovando qualche accomodamento con gli Stati Uniti, e ottenere la riunificazione con Taiwan senza dovere scatenare un conflitto in uno degli stretti più critici al mondo. Sono, dunque, la volontà di resistenza, gli allineamenti diplomatici, gli aiuti internazionali e gli assetti interni a determinare largamente il destino della guerra.

    L’aspetto forse più importante del confronto/scontro tra i due maggiori attori globali è quello che si gioca nel campo del soft power, tradizionalmente molto vantaggioso per gli USA – fintanto che sono stati una società aperta e iperdinamica, innovatrice e sicura di sé. Oggi, il calcolo appare più complicato e questo potrebbe influenzare anche il modo di concepire la guerra, la resilienza rispettiva nelle fasi di crisi acuta e, in ultima analisi, la fiducia nel proprio modello politico, che è spesso alla base degli esiti bellici. Sarebbe un cambiamento epocale, negli equilibri globali.