Vai al contenuto

Presentazione del terzo rapporto annuale – Osservatorio Permanente sull’Adozione e l’Integrazione dell’Intelligenza Artificiale (IA2)

  • Roma
  • 15 Luglio 2026

        L’intelligenza artificiale è entrata in una fase nuova che si può definire adulta e non più sperimentale: un passaggio che segna l’inizio di una stagione di misurazione degli impatti reali e di definizione delle regole. In questo nuovo scenario il vantaggio competitivo non deriva dal semplice possesso di strumenti di IA, ma dalla capacità di governarli e indirizzarli: una competenza che ha assunto una dimensione politica, oltre che industriale e infrastrutturale, spostando la competizione globale sul terreno della sovranità tecnologica.

        I dati presentati nella terza edizione del Rapporto annuale preparato dall’Osservatorio Permanente sull’Adozione e l’Integrazione dell’Intelligenza Artificiale (IA2) segnalano che la sfida per organizzazioni e istituzioni non è più la disponibilità della tecnologia, quanto la sua integrazione efficace nei processi. Nel 2025 l’adozione dell’intelligenza artificiale in Italia mostra un divario dimensionale marcato: il 53,1% delle grandi imprese ha utilizzato almeno una tecnologia di IA, contro appena il 15,7% delle PMI. Sul fronte dei consumatori, solo il 19,9% degli italiani dichiara di aver utilizzato strumenti di IA generativa, una cifra probabilmente sottostimata. Il 58% delle aziende che hanno valutato soluzioni di IA non le ha poi adottate, per difficoltà di competenze e per la portata della trasformazione organizzativa richiesta. Questa deve infatti fondarsi su un ridisegno dei flussi di lavoro e dei ruoli manageriali, mentre le misure di produttività sono destinate a spostarsi dal livello individuale a quello organizzativo.

        La capacità di guidare e non subire la transizione è centrale per l’industria. L’export manifatturiero italiano è oggi esposto ai cambiamenti geopolitici e alla regionalizzazione dei mercati, imponendo una strategia di terziarizzazione fondata su servizi a valore aggiunto. A tal fine è necessaria una politica industriale adeguata, impegnata a finanziare piattaforme di trasformazione che coinvolgano sia aziende leader sia l’innovazione diffusa.

        I cambiamenti interessano anche il settore bancario e finanziario dove il passaggio dall’adozione all’implementazione dell’IA rende questa tecnologia una leva di trasformazione centrata sul cliente: si privilegia l’ascolto strutturato e si dà priorità all’elemento umano e sperimentazione guidata. Una strategia analoga può essere seguita anche dalla pubblica amministrazione, settore in cui l’adozione dell’intelligenza artificiale deve essere orientata al rafforzamento di efficacia, fiducia e prossimità con i cittadini. Si tratta di processi che richiedono regole proporzionate ed efficaci, non burocratiche, capaci di orientare un uso responsabile della tecnologia senza ostacolarne l’innovazione.

        Altrettanto cruciale è la formazione del capitale umano: la rinnovata centralità delle soft skills —senso critico, creatività, empatia — deve associarsi alla promozione di una cultura digitale diffusa, aspetto assai più strategico rispetto alle mere competenze tecniche. Del resto, dall’esperienza crescente delle imprese italiane con l’IA emerge un dato ricorrente: se la tecnologia si conferma uno strumento prezioso, il controllo umano resta imprescindibile per evitare le derive di una delega eccessiva ai sistemi automatici. Per questo occorre ribadire la centralità della dimensione etica accanto a quella giuridica, soprattutto per le questioni di lungo periodo che il diritto, per sua natura orientato al presente, fatica a tutelare pienamente.

        Etica e cultura digitale assumono poi particolare rilevanza nel rapporto tra IA e informazione. Diversi sono i fenomeni che meritano attenzione per la tutela del pluralismo, ma anche della “libertà cognitiva” dei cittadini: alla crisi dei media tradizionali si affianca una crescente disintermediazione informativa che è accelerata dagli answer engine, “motori di risposta” gestiti dall’IA che sostituiscono i tradizionali motori di ricerca. Per affrontare questi problemi si deve partire dagli strumenti normativi disponibili— dal Digital Services Act alla normativa italiana sull’equo compenso agli editori, confermata da una recente sentenza della Corte di Giustizia – arrivando a immaginare e implementare modalità più efficaci al fine di garantire trasparenza nei rapporti tra piattaforme ed editori.

        La sfida per la tutela del pluralismo non deve far dimenticare però il quadro geo-economico globale. L’Europa rischia una dipendenza strutturale dai fornitori stranieri, con conseguenze dirette sulla propria autonomia strategica. Per questo è chiamata a pensare alla creazione di centri di eccellenza a scala continentale sul tema dell’IA: la nascita di una struttura per l’intelligenza artificiale sul modello del CERN aiuterebbe a colmare il divario con Cina e Stati Uniti, promuovendo la ricerca di base e sostenendo il tessuto economico nella ricerca applicata.

        Il ritardo europeo è già considerevole. Sul piano macroeconomico, la crescita legata all’IA risulta fortemente diseguale a livello globale: se questa si colloca fra il 15 e il 25% negli Stati Uniti e tra il 10-15% in Cina, in Europa si aggira intorno al 5 per cento. L’Italia presenta stime ancora più basse, comprese fra l’1 e il 3 per cento. Solo passando dall’adozione a una vera integrazione dell’IA nei processi collettivi il Paese potrà recuperare il terreno perso e costruire una traiettoria distintiva, fondata sulle proprie eccellenze e sulla capacità delle istituzioni di guidare — e non subire — la trasformazione.