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Il Brasile Mondiale. Tra innovazione e tensioni sociali

Presentazione di Aspenia 64
Roma, 08/04/2014, Aspenia
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Il Brasile viene da molti anni consecutivi di stabilità politica interna, in cui sono state poste le basi per una crescita economica sostenibile e un aumento del suo peso internazionale. Oggi il paese è però entrato in una fase  di relativo rallentamento che richiede ulteriori riforme di tipo strutturale per soddisfare le aspettative della classe media e per realizzare il proprio enorme potenziale. In estrema sintesi, il Brasile rischia di restare bloccato nella cosiddetta “middle income trap”, in parte per ragioni interne e in parte per il mutato contesto globale – soprattutto in relazione al rallentamento della domanda cinese di materie prime, a cui il Brasile è fortemente legato per il proprio export.

La grande sfida interna è il superamento del modello di crescita basato sui consumi, le agevolazioni al credito, i salari in aumento. I motori interni di questo modello hanno rallentato la loro corsa, con una perdita di competitività industriale e di produttività (attualmente bassa rispetto alle altre economie emergenti). Alcuni colli di bottiglia sono costituiti dalla carenza di infrastrutture moderne e adeguate alle dimensioni del paese nonché da un quadro legislativo e burocratico-amministrativo poco efficiente (con aree di vera corruzione endemica). L’indebitamento delle famiglie è cresciuto in modo significativo, e, dunque, esistono dei rischi latenti per il sistema creditizio – anche se ad oggi le banche sono ben capitalizzate. Secondo alcuni osservatori, inoltre, sono stati commessi degli errori di policy da parte governativa, ad esempio nella gestione dell’inflazione e più complessivamente nell’eccessiva dipendenza dall’export di materie prime.

Nel settore energetico emergono luci e ombre: nell’ultimo decennio è raddoppiata la domanda di energia e il paese è oggi uno dei più “verdi” al mondo grazie a un mix variegato di fonti (idroelettrico, gas, solare, eolico). Sono però indispensabili ingenti investimenti per ampliare a ammodernare l’infrastruttura energetica, a fronte di una domanda in rapida crescita. La scelta di puntare sui carburanti alternativi nei trasporti fornisce peraltro al Brasile un vantaggio comparato in un settore tecnologico rilevante come l’industria automotive, sia come mercato che come luogo di produzione.

Tra gli indubbi punti di forza del modello brasiliano si devono collocare diversi fattori, anzitutto di lungo termine: in particolare, una struttura demografica che garantisce dinamismo e sostenibilità delle politiche sociali, e la capacità di coniugare crescita elevata e redistribuzione della ricchezza (con una massiccia riduzione della povertà e un miglioramento dei maggiori parametri di qualità della vita). Sul medio e breve termine, vanno evidenziati poi lo status di creditore netto del Brasile (con notevoli riserve in valuta estera) e la continua capacità di attrarre un forte flusso di investimenti.

Già sotto la presidenza Lula, un decennio di crescita economica a ritmo elevato si è tradotto anche in termini di attivismo in politica estera e aumento del peso internazionale – anche in coincidenza con le gravi difficoltà incontrate per un verso dal vicino argentino, e per un altro dagli Stati Uniti, con l’effetto di aprire spazi nuovi per il Brasile come leader regionale. La diplomazia brasiliana è ispirata a un approccio di “rinnovamento nella tradizione”: alleanze flessibili, disponibilità al dialogo su tutti i tavoli e presenza attiva nei grandi organismi internazionali (ora anche a livello dei massimi vertici, come nel caso della FAO e del WTO). Per alcuni il Brasile si presenta come una sorta di “BRIC dal volto umano”, in virtù della sua cultura del meticciato che gli consente di stringere relazioni proficue sia con i paese più poveri, sia con le grandi economie emergenti, sia infine con le maggiori potenze mondiali.

Tuttavia, il contesto globale si è fatto più complesso, a cominciare dal futuro del gruppo “BRIC” – che soffre sempre più chiaramente della sua eterogeneità e flessibilità – per finire con l’incerto futuro del G20 – che per sua stessa natura non può avere un grado di coesione paragonabile a quello del G7 visto che non condivide un modello economico o politico di riferimento. Una sfida specifica per il Brasile è posta poi dalla Cina, che tende ad assumere una posizione preminente per dimensione e grado di penetrazione internazionale, ma anche dalla “Alleanza per il Pacifico”, che incarna una visione dei rapporti economici in parte diversa da quella privilegiata finora dal Brasile.

Su questo sfondo in rapido movimento, il maggiore paese latinoamericano presenta della grandi opportunità per l’Europa e per l’Italia. I rapporti sono già intensi, ma c’è l’esigenza di coltivare le relazioni a tutti i livelli, in particolare alla luce di alcuni interessi condivisi: si pensi alla riduzione del peso della burocrazia per il mondo del business, alla liberalizzazione degli scambi internazionali, alla gestione degli equilibri valutari globali. E’ un’agenda molto fitta rispetto alla quale sia l’Unione europea sia le singole capitali dovrebbero investire maggiori energie.