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Fare impresa in Italia

Modalità digitale, 13/11/2020, Conferenza Aspen Junior Fellows

“Fare impresa” è una locuzione che evoca complessità e sfide, specie se essa è accompagnata dal complemento di luogo “in Italia”, un Paese contraddistinto da problemi strutturali ed insanabili contraddizioni. Problemi strutturali sostanziantisi in una burocrazia lenta e farraginosa, nell’assenza di certezza del diritto – dovuta sia ai repentini e ripetuti emendamenti legislativi, sia all’incoerenza e alla lentezza nell’applicazione giudiziale delle leggi – e in un’eccessiva difficoltà nell’accesso al credito. Insanabili contraddizioni che si legano innanzitutto ad un costante riferimento all’imprenditoria come fondamentale volano per la ripresa dell’economia non associato ad una semplificazione del quadro giuridico e ad un’adeguata politica di incentivi ed investimenti. In secondo luogo fanno riferimento ad un ripetuto appello alla responsabilizzazione dei giovani, al quale non è associato un effettivo impegno volto alla loro valorizzazione e al fatto che potrebbero essi stessi essere vettore di innovazione ed idee.

Quanto quadro non dipende dalla recente crisi da Covid-19 che ha avuto il solo effetto di rendere peraltro improcrastinabile un ripensamento culturale del ruolo dell’impresa in Italia. In particolare, c’è bisogno di acquisire nuovamente la consapevolezza del ruolo dell’imprenditore quale fattore di sviluppo economico e sociale. Nel secondo dopoguerra è stata compresa l’importanza di investire nelle imprese allo scopo di consentire una proliferazione del benessere collettivo ed una maggiore tutela dei diritti sociali; al contrario, ad oggi, sembrano prevalere misure assistenzialistiche che non favoriscono il benessere del lungo termine, ma si limitano – talvolta sull’onda delle emozioni – a “curare” sintomi del momento senza badare alla malattia cronica che affligge il Paese. D’altra parte, agli imprenditori si richiede di non glorificare necessariamente l’idea di prudenza (nel senso comune del termine), accettando, con resilienza, anche il rischio connaturato alla propria attività e stigmatizzando il concetto di insuccesso, che è insito all’idea di impresa stessa. I lavoratori, infine, dovrebbero abbandonare, almeno in parte, la cultura del posto fisso, la quale non consente l’affermarsi di un adeguato sistema meritorio.

È proprio la visione di benessere nel lungo periodo che richiede di non tralasciare investimenti in cultura (si pensi che in Italia solo il 27% della popolazione è laureato) e impone allo Stato sia di assumere un approccio da regolatore ed arbitro di un libero mercato basato su regole certe, sia di intervenire laddove sia necessario assumere la funzione di propulsore per lo sviluppo di un certo settore dell’economia, anche finanziando l’innovazione spontanea. E, ancora in un’ottica di lungo periodo, pare opportuno valorizzare il motto “prima le fabbriche, poi le case”, che ha ispirato la ripresa dell’economia nel secondo dopoguerra.