La valutazione complessiva dei rischi sul piano globale ruota attorno alla centralità della politica, cioè delle dinamiche interne ai singoli Stati, a quelle regionali con ripercussioni più ampie, e alla competizione tra modelli politici. Siamo in un contesto, per certi versi paradossale, di forte interdipendenza seppure in un sistema internazionale che appare più frammentato e contestato che nel recente passato. Ciò pone una difficoltà analitica per gli osservatori e una ancora maggiore per i decisori politici che tendono ad essere attratti quasi fatalmente verso iniziative e soluzioni di breve periodo, spesso in modo solo reattivo rispetto a quelle che percepiscono (magari erroneamente) come emergenze quasi imprevedibili. A complicare il quadro, è necessario valutare non tanto i rischi individuali ma la loro interazione, cioè l’influenza di variabili che possono creare effetti indiretti o indesiderati a prescindere dalle intenzioni di chi agisce, fino a una crisi contagiosa tra settori e aree geografiche differenti. Il caso delle risorse naturali “critiche” è ormai conclamato, visto il loro legame con l’industria dei microchip e delle fonti rinnovabili; in tal senso, ciascun Paese sta imparando faticosamente a puntare su alcuni punti di forza e a limitare i rischi della dipendenza da lunghe filiere del valore o da fonti di approvvigionamento politicamente non affidabili.
L’amministrazione Trump sta imprimendo una sorta di continua accelerazione alle dinamiche di potere (con una visione esplicitamente orientata proprio alla power politics e al suo esercizio attivo). Non può tuttavia spezzare completamente i vincoli che legano anche una vera superpotenza come gli Stati Uniti alle risorse economiche (naturali, tecnologiche, finanziarie) e ai loro flussi di scambio: resta decisivo l’intreccio tra il dollaro come valuta di riserva, il debito americano (dunque i Treasuries), i tassi d’interesse, le politiche fiscali, la bilancia commerciale, i tassi di crescita. Tutti questi fattori concorrono a definire le opzioni di policy effettivamente perseguibili e la loro sostenibilità politica. In chiave internazionale, si potrebbe andare verso un assetto in cui il dollaro non viene direttamente sostituito da una singola valuta alternativa, ma piuttosto inserito in un ecosistema di valute e strumenti di investimento assai più diversificato e specifico per singole regioni. Ciò avrebbe implicazioni profonde anche sui flussi commerciali e più ampiamente sui rapporti di influenza reciproca tra i maggiori attori.
Il fattore Cina è direttamente rilevante per le scelte compiute da Washington e dall’Europa: nonostante la forza oggettiva e il peso ormai sistemico dell’economia cinese, i molti squilibri interni sono destinati a durare – anche perché un vero cambiamento di rotta rispetto all’attuale modello di crescita sarebbe possibile soltanto con un rafforzamento del mercato interno, che a sua volta deve poggiare sulla rule of law, e su una società fatta di consumatori liberi di esprimere le loro opinioni. In altre parole, proprio i vantaggi comparati del regime politico cinese in termini di pianificazione degli investimenti strategici e della politica estera si tramutano in gravi vincoli e svantaggi comparati sul piano interno e della capacità di ulteriore trasformazione.
Guardando al conflitto in corso attorno all’Iran, esso conferma la valutazione, già emersa in passato, che l’intera regione mediorientale continua ad essere fortemente influenzata dalle scelte e dalle iniziative di Israele – soprattutto nella misura in cui la presidenza Trump ha lasciato un amplissimo spazio di manovra, anche militare, al governo Netanyahu, che è disposto a tenere il proprio Paese in uno Stato di conflitto attivo quasi permanente. La Casa Bianca, da parte sua, aveva certamente auspicato e immaginato un’operazione rapida e massiccia contro l’Iran, invece di uno scontro prolungato con complicati effetti indiretti sia a livello regionale che ormai globale; tuttavia quello scenario è ormai superato e si deve gestire una situazione ben più difficile, con una leadership iraniana debilitata (anche nelle sue capacità militari), ma tuttora decisa ad alzare il prezzo della guerra non solo per gli Stati Uniti e per Israele, ma anche per le monarchie arabe del Golfo e per l’Europa. La “weaponizzazione” dei prezzi di gas e petrolio, e più direttamente dello Stretto di Hormuz, consente oggi all’Iran di supplire alla propria enorme inferiorità militare con tattiche asimmetriche che sfruttano proprio le interdipendenze e le filiere dell’economia mondiale.
Il settore energetico è stato colpito duramente e ha funzionato da moltiplicatore dell’instabilità, in questo caso come altre volte in passato. Nonostante il peso più ridotto (e tuttora declinante) delle fonti fossili nell’attuale mix energetico mondiale, la sensibilità dei mercati al singolo fattore oil&gas è innegabile, e un’ulteriore diversificazione delle fonti è l’unica strada percorribile anche per limitare l’impatto negativo determinato dalla “weaponizzazione” dei colli di bottiglia geografici ed economici. A questo deve però aggiungersi una maggiore capacità di agire in termini strategici, cioè anticipando la gestione dei punti di vulnerabilità invece di reagire soltanto alle emergenze e alle crisi acute. I principali rischi per gli scambi internazionali e per gli equilibri politico-militari sono ben noti e seguono traiettorie di medio-lungo periodo. È su questa base che si devono pianificare misure nazionali e costruire accordi interstatuali e strategie di business.


