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La Città ideale

  • Napoli
  • 16 Ottobre 2026

        Secondo le più recenti stime delle Nazioni Unite, circa il 45% della popolazione mondiale vive nelle città e due terzi della crescita demografica mondiale fino al 2050 si concentreranno nei contesti urbani. Le città continuano ad attrarre capitale umano per le opportunità lavorative, la densità di competenze, servizi e occasioni di scambio. Allo stesso tempo, si osservano una crescente polarizzazione sociale e una maggiore difficoltà nel creare e mantenere comunità, con effetti sulla coesione e sul capitale sociale. Per questo le politiche urbane che tengono conto delle caratteristiche socioeconomiche della popolazione hanno un ruolo centrale nel ridurre i divari e rendere le città accessibili alle diverse generazioni.

        La trasformazione demografica complica ulteriormente il quadro. Le città devono adattarsi a una popolazione che invecchia senza trascurare le nuove generazioni, per le quali rischiano di diventare una barriera. Per rispondere ad una demografia in forte cambiamento, le città devono essere ripensate sia negli spazi urbani sia nei servizi pubblici. La crisi abitativa ne è l’esempio più evidente, perché il mercato da solo non garantisce alloggi a condizioni accessibili. Restano quindi necessarie l’edilizia pubblica e sovvenzionata e forme di coabitazione solidale tra generazioni. Il divario riguarda anche i servizi legati alla salute, soprattutto nelle periferie.

        La stessa logica di esclusione ricorre anche per il patrimonio culturale. I giovani mostrano una partecipazione culturale elevata, ma l’accesso resta condizionato dalla prossimità e dal contesto socioeconomico. Occorre misurare il valore culturale non solo con i biglietti venduti, ma anche attraverso l’impatto dei siti sui cittadini e sui territori. A questa visione si lega un’idea più ampia di patrimonio, che affianca ai beni ereditati, pubblici e privati, le competenze e le capacità che ne costituiscono la parte immateriale. Serve quindi coniugare la conservazione con la valorizzazione. Anche il turismo richiede un cambio di approccio, perché nuovi attori e nuovi comportamenti stanno modificando la domanda. 

        Una parte della risposta è stata cercata fuori dai centri. Le periferie conservano spesso un’identità più forte di altre parti della città, e l’innovazione, per non rendere le città tutte uguali, deve seguire le specifiche identità urbane. In questo ambito, le università sono apparse capaci di generare innovazione e rigenerazione sociale. Le aree interne e i centri minori custodiscono un patrimonio ancora poco valorizzato. Un territorio che non riesce ad attrarre né a trattenere le persone rischia di perdere vitalità: la coesione sociale diventa quindi decisiva. In questa chiave bisogna leggere anche la richiesta di sicurezza, intesa come rassicurazione sociale e presenza vicina ai cittadini.

        A tutti questi aspetti si lega il ruolo dei giovani, riconosciuti come interpreti della trasformazione urbana, ma privi di spazi di ascolto e di confronto in cui esercitare tale ruolo. C’è poi una questione di tempi: le trasformazioni richiedono interventi con effetti su più generazioni, mentre la politica tende a privilegiare i risultati di breve periodo.

        La stessa sfasatura emerge per quanto riguarda il Mediterraneo, dove è stata rilevata una disattenzione verso un’area decisiva per l’Italia e resta aperta la questione se vi sia ancora il tempo per riconquistare un ruolo strategico. A ciò si aggiunge la frammentazione delle competenze: in campo culturale, la distribuzione delle responsabilità tra Stato, regioni e comuni rende più difficile intervenire. Un problema analogo emerge nello sviluppo infrastrutturale. Per l’economia marittima italiana, che ha retto bene gli urti recenti, la sfida è indirizzare verso la manifattura europea le merci che sempre più transitano nel Mediterraneo. I porti però non bastano come punti di attracco: servono infrastrutture robuste che li colleghino ai sistemi produttivi.

        Nel Mediterraneo la dimensione geoeconomica e quella geopolitica sono ormai quasi inseparabili: il mare concentra le strozzature infrastrutturali, la rivalità tra Russia ed Europa e il nuovo ruolo della Turchia. La libertà di navigazione, a lungo ritenuta acquisita, è sempre più a rischio, con effetti su molte catene del valore. È stata richiamata anche l’importanza dei dati, il cui controllo incide sulla capacità di un Paese di esercitare un ruolo economico e strategico. L’Italia dispone di un patrimonio diplomatico capace di dialogare con tutte le sponde. Ne consegue l’esigenza di una politica mediterranea più strutturata su energia e materie prime, capace di mettere insieme strumenti economici, culturali, diplomatici e di sicurezza.

        In questo quadro, la città ideale non emerge come un modello unico, ma come una città in grado di evolvere con i cambiamenti demografici, ridurre le distanze sociali e garantire accesso alla casa, ai servizi e alla cultura. Una città che valorizza la propria identità e il proprio patrimonio come strumenti di integrazione, aperta al confronto culturale e capace di incorporarne nuovi contributi senza perdere la propria unicità. Una città, infine, capace di inserirsi nelle reti economiche e territoriali più ampie e di guardare oltre il breve periodo. Coesione sociale, accessibilità, identità e capacità di guardare al lungo periodo restano quindi elementi centrali per accompagnare l’evoluzione delle città e dei territori.