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Il “nomadismo fiscale”: persone, imprese e paesi

  • Milano
  • 9 Marzo 2026

        Il nomadismo fiscale rappresenta una delle manifestazioni più evidenti delle trasformazioni dell’economia globale. Non riguarda più soltanto grandi multinazionali o singoli contribuenti con patrimoni molto elevati, ma coinvolge un numero sempre maggiore di professionisti, lavoratori qualificati e imprese operanti in contesti digitalizzati. In un’epoca segnata da disuguaglianze economiche in aumento e da una diffusa percezione di difficoltà, da parte delle democrazie liberali, nel garantire equità e pari opportunità, la mobilità di capitali, imprese e persone tra diverse giurisdizioni fiscali assume una notevole rilevanza economica e politica.

        Già nella tradizione del pensiero economico si trovano intuizioni in questa direzione: secondo Adam Smith, il proprietario di capitale, per sua natura, tende a comportarsi come un “cittadino del mondo”. Tuttavia, negli ultimi decenni, questa tendenza si è amplificata in modo significativo. Il fattore decisivo è stato il progressivo sganciamento della ricchezza dai luoghi fisici: con l’espansione dell’economia dei servizi e lo sviluppo delle tecnologie digitali, una quota crescente del valore economico viene generata da attività immateriali e facilmente trasferibili tra diverse giurisdizioni. Un passaggio importante in tale processo è stato rappresentato dalla crisi finanziaria del 2008: molti Stati hanno registrato un significativo calo delle entrate tributarie e hanno iniziato a concentrare l’attenzione sulle strategie di pianificazione fiscale delle multinazionali, in particolare delle grandi imprese tecnologiche. L’idea che le imprese globali fossero in grado di sfruttare le differenze tra sistemi nazionali per ridurre il carico tributario ha portato a una stagione di riforme e di rinnovata cooperazione internazionale. Negli anni successivi, tuttavia, è emersa con maggiore chiarezza un’altra dimensione del fenomeno: quella legata alla mobilità delle persone fisiche.

        Tre grandi trasformazioni spiegano l’espansione del nomadismo fiscale contemporaneo: la globalizzazione dei mercati, la digitalizzazione delle attività economiche e la diffusione dello smart working. Il passaggio da un’economia industriale a una più orientata ai servizi ha reso molte attività meno dipendenti da infrastrutture fisiche. Parallelamente, l’evoluzione delle tecnologie digitali ha consentito a un numero crescente di professionisti di svolgere il proprio lavoro interamente online. La pandemia, funzionando quasi come un esperimento sociale su larga scala, ha accelerato ulteriormente il processo, rendendo il lavoro a distanza una pratica diffusa, socialmente accettata e, secondo diverse analisi, destinata a crescere ulteriormente. Emergono così nuove comunità di lavoratori altamente mobili che organizzano la propria attività professionale su scala internazionale, scegliendo il luogo in cui vivere e lavorare in base a considerazioni fiscali, normative o di qualità della vita. Il cosiddetto nomade digitale può spostarsi tra diversi Paesi e modulare la durata dei soggiorni evitando di superare le soglie temporali che determinano la residenza fiscale in una giurisdizione. Questo comportamento può generare situazioni di tassazione estremamente ridotta o, quando il contribuente beneficia di regimi fiscali agevolati già nel proprio Paese di residenza, addirittura di doppia non imposizione. Di conseguenza, fenomeni originariamente marginali stanno acquisendo una rilevanza crescente per l’architettura della fiscalità internazionale.

        I sistemi di imposizione contemporanei, del resto, sono stati progettati in un’epoca in cui il lavoro dall’estero era quasi esclusivamente transfrontaliero, fattispecie relativamente rara e comunque facilmente identificabile. Il lavoro remoto globale introduce invece una complessità radicalmente nuova. Una questione centrale riguarda il luogo in cui viene effettivamente creato il valore economico: se un lavoratore opera da remoto per un’impresa situata in un altro Paese, dove si genera il reddito? Nel luogo in cui si trova fisicamente il lavoratore, nel Paese in cui ha sede l’impresa oppure nel contesto digitale in cui si svolge l’attività? Il problema diventa ancora più complesso quando le attività sono distribuite tra team internazionali oppure quando sistemi automatizzati partecipano alla creazione di valore. In questo scenario emergono interrogativi rilevanti per aziende e amministrazioni fiscali: quando il lavoro da remoto svolto all’estero genera una stabile organizzazione per l’impresa? Come applicare le regole sui prezzi di trasferimento quando le funzioni decisionali sono distribuite tra più Paesi? Come determinare la residenza fiscale di società i cui organi decisionali operano virtualmente?

        Le istituzioni internazionali stanno iniziando a confrontarsi con tali questioni, anche attraverso il progressivo superamento di criteri basati esclusivamente sulla presenza fisica. Tuttavia, il processo di adattamento delle norme fiscali alla nuova realtà economica è ancora in corso. Parallelamente, molti Paesi stanno introducendo regimi agevolati per attrarre professionisti altamente qualificati, imprenditori e lavoratori mobili. Tali politiche possono favorire innovazione e crescita economica, ma sollevano anche interrogativi sul piano dell’equità e della concorrenza fiscale tra Stati. In diversi casi, regimi fiscali mirati hanno dimostrato di poter stimolare flussi di capitale umano e di contribuire alla rivitalizzazione di territori o settori economici. Eppure, l’attrattività di un sistema economico non dipende soltanto dal livello delle aliquote fiscali. Un ruolo decisivo è svolto anche da fattori istituzionali e amministrativi. Tra gli elementi che incidono maggiormente sulle scelte di imprese e professionisti emergono la semplicità delle norme fiscali, la rapidità delle procedure amministrative, la certezza del diritto e la stabilità del quadro regolatorio. In assenza di queste condizioni, anche sistemi fiscali relativamente favorevoli rischiano di non risultare sufficientemente competitivi.

        Le sfide poste dalla mobilità globale di capitali e persone stanno rafforzando la necessità di una cooperazione internazionale più intensa. Un esempio significativo è rappresentato dall’introduzione della Global Minimum Tax per le multinazionali, che mira a garantire un livello minimo di tassazione sui profitti delle grandi imprese globali. L’obiettivo di tale strumento è ridurre l’incentivo allo spostamento artificiale dei profitti verso giurisdizioni a bassa imposizione e aumentare la capacità degli Stati di tassare i redditi generati dalle attività economiche che si svolgono nei loro mercati. Gli ultimi sviluppi di questo progetto hanno visto, da un lato, la sempre più frequente adozione da parte dei Paesi – compresi quelli in via di sviluppo – delle Qualified Domestic Minimum Top-up Tax (QDMTT); dall’altro e più recentemente, la nascita del pacchetto “Side-by-Side”, con misure sollecitate dalle imprese e volte a semplificare l’applicazione della tassa alle multinazionali, per stabilizzare lo scenario fiscale internazionale.

        In prospettiva, il nomadismo fiscale appare quindi come uno degli effetti più evidenti delle trasformazioni dell’economia digitale. Per affrontarlo efficacemente sarà necessario un duplice sforzo: da un lato adattare i sistemi fiscali a modelli di lavoro e produzione sempre più immateriali e distribuiti; dall’altro rafforzare la cooperazione tra Stati per preservare l’equità e la sostenibilità delle finanze pubbliche. In questo contesto, la capacità di costruire sistemi fiscali semplici, prevedibili e coerenti diventerà uno dei principali fattori di competitività delle economie avanzate. Non si tratta soltanto di una questione tecnica, ma di un elemento cruciale per il rapporto tra globalizzazione economica, democrazia e coesione sociale.