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L’età della frammentazione: sicurezza ed economia Il posizionamento dell’Italia

  • Milano
  • 2 Febbraio 2026

        La fine della globalizzazione, ultima utopia del Novecento, ha trascinato il mondo nell’era della frammentazione, con profonde conseguenze sulle relazioni internazionali, sull’economia e sulla società. Il salto d’epoca ha coinvolto tutti gli attori globali, ma è l’Europa a trovarsi nel punto più critico di questa transizione, stretta tra il ritiro strategico degli Stati Uniti e l’ascesa della Cina, mentre deve confrontarsi con le proprie debolezze strutturali.

        Gli europei sono chiamati innanzitutto a comprendere e gestire il rapporto con lo storico alleato americano che sta vivendo un momento critico di evoluzione. A un anno dal suo insediamento, l’Amministrazione Trump è a un punto di svolta: le decisioni in materia di immigrazione stanno alienando parte del consenso della base repubblicana più moderata, oltre che degli indipendenti. Inoltre, le posizioni del presidente in politica estera agitano il fronte MAGA spiazzato dall’abbandono della tendenza neo-isolazionista a favore di un interventismo su molti fronti – Venezuela, Groenlandia e in prospettiva anche Iran – che sembra configurare una sorta di neo-imperialismo americano.

        La questione groenlandese è centrale nell’evoluzione delle relazioni transatlantiche: l’alleanza atlantica ne è uscita danneggiata, ma non irrimediabilmente compromessa. La posizione assunta dall’Europa è il nuovo segnale di una strategia che può funzionare nei rapporti con Washington: un modello misto di collaborazione quando possibile e fermezza quando necessario. Del resto, gli europei devono comprendere a fondo qual è la visione che l’Amministrazione Trump ha verso il continente. L’ala MAGA ha un’aperta ostilità verso il progetto europeo, considerato troppo liberale e secolare, cui si aggiunge l’accusa di un sostanziale free riding in materia di sicurezza. Eppure, l’approccio di Donald Trump è stato spesso più pragmatico e orientato a vantaggi commerciali che ideologico.

        In questo scenario la strategia più efficace consiste nel prendere l’iniziativa con proposte concrete, riducendo la percezione di dipendenza europea prima ancora di strutturare azioni di più ampio respiro verso una vera autonomia strategica. L’Unione, seppur lentamente, si sta incamminando sulla strada corretta: gli eurobond per la difesa, proposti dell’Italia nel 2003, stanno diventando realtà, anche se dopo vent’anni. Del resto, una politica estera e di difesa unitaria rappresenta un aspetto cruciale e ampiamente condiviso del Manifesto di Ventotene, il quale, seppur in un’altra parte – quella economica – è stato al centro del dibattito politico italiano. L’Europa può e deve avanzare anche in altri campi, come il mercato dei capitali e l’energia, agendo concretamente e abbandonando gli eccessi regolatori che la caratterizzano. In questa era di frammentazione, l’alternativa è chiara: inazione e declino, oppure reazione per riprendere in mano il proprio destino. Sul piano commerciale un cambiamento di rotta è già in atto, come dimostrano i recenti accordi con l’India.

        La questione energetica rimane cruciale in questa epoca di frammentazione, in particolare per un’economia manifatturiera come quella italiana. Il previsto raddoppio della domanda elettrica al 2050 pone nuove sfide che si affiancano a quelle correlate all’alto costo dell’energia e al suo impatto nel sistema industriale. È un tema di sicurezza degli approvvigionamenti che deve essere affrontato attraverso il ricorso a una più efficace cooperazione europea che riduca i crescenti rischi di competizione interna fra Paesi membri. Un altro tema cruciale per l’Europa, e in particolare, per l’Italia è quello della tecnologia, soprattutto nella competizione con Stati Uniti e Cina. Aver perso terreno nella fase infrastrutturale dell’intelligenza artificiale non significa rinunciare a un ruolo nelle applicazioni. Su questo l’Italia sta già avanzando proposte per definire nuovi standard degli ecosistemi digitali della manifattura, valorizzando l’ampio tessuto di piccole e medie imprese che ha un potenziale enorme di dati per la generazione di applicativi di valore. D’altra parte, non esiste autonomia strategica senza industria forte, né politica estera efficace senza competitività industriale.

        Un altro tema centrale per il futuro del modello economico europeo è quello del finanziamento all’economia reale. Il sistema bancario continentale, con campioni di settore decisamente più piccoli rispetto a quelli americani, riflette l’era della frammentazione. Tuttavia, un consolidamento spinto dalla regolamentazione, senza alcuna attenzione al tessuto economico e industriale, rischia di essere controproducente, penalizzando ulteriormente le imprese che operano sui territori. Le banche devono continuare a sostenere le aziende in questo momento delicato, accompagnandole verso un processo di crescita che passa da un maggior ricorso ai mercati finanziari.

        Il salto d’epoca richiede, insomma, pragmatismo e capacità di adattarsi. La fine della globalizzazione può avere incrinato l’unità dell’Occidente, ma pur nel mutato ordine internazionale caratterizzato dal confronto fra Cina e Stati Uniti il ruolo dell’Europa come terzo pilastro rimane cruciale. All’interno di questo processo è importante il lavoro dell’Italia come cerniera nel rapporto transatlantico e come partner fondante di un progetto europeo che sia un’alleanza vera e non un’unione di debolezze. Il messaggio che lo scenario internazionale trasmette in questa era di frammentazione non è catastrofico, ma anti-nostalgico: la lingua unica della globalizzazione non esiste più. Non serve rimpiangerla, ora è il tempo di agire.