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The Transatlantic future beyond Covid

Modalità digitale, 30/06/2020, Digital Panel Discussion

La gestione della pandemia, e degli effetti socio-economici dei lockdown, è un grande test per la resilienza del rapporto transatlantico in un contesto globale piuttosto instabile.

La scelta di Donald Trump è stata di delegare la gestione quotidiana della pandemia e poi cercare rapidamente di riaprire l’economia. I danni economici sono comunque molto seri, soprattutto sul piano dell’occupazione, mentre non è chiaro se i rialzi di Wall Street siano sostenibili. Intanto gli scontri sulla questione razziale hanno generato una grave crisi politica per l’amministrazione, che sembra porre la Casa Bianca su posizioni ormai decisamente minoritarie nel paese. A ciò si aggiunge la vulnerabilità del Presidente sui rapporti con alcuni leader controversi: l’intero approccio di politica estera è strettamente legato all’interazione personale con controparti come Vladimir Putin, Recep Erdogan, Xi Jinping, che secondo alcuni hanno mostrato la capacità di manipolare Donald Trump.

Il clima elettorale in vista del voto di novembre rende i contrasti interni ancora più aspri: al momento anche gli swing states più decisivi vedono in vantaggio il candidato Democratico Joe Biden, sebbene sia presto per dare per perdente la campagna elettorale di Donald Trump. È probabile che molte figure con esperienza in politica estera – perfino con un background conservatore – faranno un passo ulteriore rispetto ai “never Trumpers” del 2016, schierandosi apertamente per Biden. Oltre al foreign policy establishment, decisamente ostili all’attuale Presidente, ci sono molti membri del Congresso che temono per il proprio futuro nel voto di novembre, visti i sondaggi e il clima politico.

Dall’inizio del 2020 la figura del Presidente è stata fortemente danneggiata da una percezione diffusa di incompetenza sistematica, rispetto a questioni scientifiche, organizzative e sociali. È una combinazione potenzialmente devastante, che rende più manifeste le tendenze e le critiche preesistenti allo stile decisionale e comunicativo dell’amministrazione: è ora a rischio il controllo politico che Trump ha esercitato fin dal 2016 sull’intero versante repubblicano.

Da parte sua, la campagna elettorale di Biden è stata condotta la massima cautela, e il basso profilo – normalmente un rischio per un candidato – sta avvantaggiando i Democratici a fronte dell’apparente suicidio politico del Presidente. Sul piano interno però la grande sfida sarà quella di ricucire le profonde divisioni interne alla società americana, che non potranno comunque essere superate in tempi brevissimi o soltanto grazie a un’eventuale vittoria democratica anche molto netta.

Un altro fattore, importante sia per il voto di novembre sia per il futuro della politica estera americana, è la forte consapevolezza nel Paese che le priorità interne richiedono comunque una riduzione parziale degli impegni globali.

Biden è certamente una personalità con forti radici transatlantiche e offre solide garanzie in tal senso, come anche verso gli altri alleati tradizionali degli Stati Uniti in Asia. Dalla prospettiva europea, un’eventuale presidenza Biden verrebbe accolta con immediata simpatia e disponibilità, anche se certo molti problemi resterebbero sul tavolo, a cominciare dalle ricette per mitigare la crisi economica in atto.

Le ripercussioni della pandemia in Europa saranno gravi e in parte ancora non calcolabili: i fattori centrali saranno il tasso di letalità e la capacità di ripresa economica. I consumi potrebbero riprendersi con notevole rapidità, ma l’intero sistema economico ha comunque subito un colpo durissimo, e resterà l’esigenza di comunicare con chiarezza quali misure vengono prese e come le risorse (a livelli quantitativi senza precedenti) vengono utilizzate.

Dopo una prima fase di confusione, lo sforzo collettivo di sostegno economico è stato in effetti straordinario e potrà fare la differenza nel contrastare i danni sociali della crisi.

La Cina sarà un fattore decisivo – con o senza un radicale “decoupling” commerciale e tecnologico – e in ogni caso una solida alleanza transatlantica è la precondizione cruciale per gestire in modo efficace la sfida cinese. Un’amministrazione democratica avrebbe probabilmente un atteggiamento complessivo simile a quello di Trump in termini di competizione e confronto con Pechino, ma il metodo sarebbe decisamente più multilaterale e l’attuazione pratica di forme di pressione sarebbe forse più orientata ai diritti umani (sebbene Biden abbia un approccio molto pragmatico) e meno al confronto militare diretto.

La situazione della UE è contraddittoria e quasi paradossale: da un lato, le condizioni interne – con significative divergenze di prospettive – non sono propizie per le ambizioni di una “Commissione geopolitica” e della cosiddetta autonomia strategica sul piano internazionale; dall’altro, l’importanza delle relazioni esterne è ora meglio riconosciuta come un tassello importante per le tutela degli interessi europei – pur con un calo almeno temporaneo degli impegni per la difesa. Si sta inoltre affermando l’idea di una maggiore autonomia economica (ad esempio con i processi di reshoring, ma anche un ruolo più forte dell’euro) e una vera visione geoeconomica soprattutto verso il continente africano. In sostanza, la UE potrebbe realmente diventare un attore geoeconomico più forte e coerente, se non pienamente un protagonista geopolitico a tutto spettro.

Alla luce di questi sviluppi sulle due sponde dell’Atlantico, a maggior ragione la Cina è destinata ad essere il tema più controverso per la collaborazione transatlantica anche nella migliore delle ipotesi, viste le sue ramificazioni strategiche, tecnologiche, finanziarie, e la tendenza di Pechino a dividere deliberatamente i partner europei cercando rapporti bilaterali diretti.

La Russia può costituire un problema in alcune situazioni e settori specifici, ma certamente non ha il peso né il dinamismo interno complessivo per porre una minaccia o un’alternativa strategica.  È  vero però che, con risorse limitate, Mosca è riuscita a inserirsi in contesti geopolitici la cui stabilità è importante per l’Europa – si pensi alla Siria e più recentemente alla Libia. Per certi versi ha anche fornito un modello per il comportamento internazionale della Turchia, che pone anch’essa un serio problema ai confini della UE come anche in chiave transatlantica. Si tratta, quindi, di questioni da affrontare con il massimo grado possibile di coesione intraeuropea, pur senza puntare necessariamente a una perfetta armonia di intenti e di interessi che probabilmente non è realistica.

In sostanza, la UE ha le risorse e le capacità aggregate per gestire molti problemi, ma tende spesso a ridurre il suo peso effettivo proprio a causa della mancanza di azione comune in chiave preventiva – il che vale anche nei confronti degli stessi Stati Uniti, a volte tentati di sfruttare le fasi di confusione nel Vecchio Continente per negoziare direttamente con le singole capitali.

Su questo sfondo, esiste comunque una sfida collettiva di grande portata, legata al debito pubblico che tutti i governi stanno utilizzando come leva per far ripartire l’economia: una sfida finanziaria che si inserisce in un contesto economico già assai instabile e con limitati strumenti di coordinamento e governance globale.