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The post Merkel Germany: implications for Europe and the US

Modalità digitale, 28/09/2021, Webinar Internazionale

Il voto tedesco del 26 settembre è stato inevitabilmente influenzato dalla figura di Angela Merkel: la sua eredità principale è probabilmente quella di una grande “crisis manager” e un pilastro di stabilità politica, ma non quella di promotrice di una vera visione complessiva e ambiziosa per l’Europa. Anche rispetto al perseguimento degli interessi nazionali tedeschi, una valutazione complessiva del suo profilo di leader deve tenere conto di alcune opportunità mancate per rinnovare il Paese e di una prudenza forse eccessiva. Il voto stesso, dopo i 16 anni del suo cancellierato, può comunque essere descritto come un verdetto per un cambiamento moderato e graduale. A tale proposito va però sottolineato che gli elettori più giovani si sono spostati piuttosto nettamente verso i Verdi e i liberali, a discapito dei due maggiori partiti tradizionali – dunque per un maggiore tasso di mutamento.

Queste elezioni sono state caratterizzate da un’alta partecipazione al voto, e da un risultato modesto per i partiti più critici rispetto all’ortodossia democratico-liberale, con una forte adesione all’integrazione europea.

I due dati più macroscopici sono il calo della CDU-CSU e (almeno in certa misura) la crescita dei Verdi. L’affermazione della SPD è significativa, ma probabilmente non decisiva per la formazione di una coalizione di governo a guida socialdemocratica – come confermano gli scenari molteplici all’indomani del voto.

È comunque la prima volta in cui nessuno dei due maggiori partiti ha raggiunto il 30% dei suffragi: si tratta di un segno almeno parziale di frammentazione politica, che l’era Merkel aveva in qualche modo mascherato o ritardato.

Sia all’interno della SPD che dei Verdi vi sono in realtà un’ala più moderata e una più radicale; è un dato che avrà un certo peso nei negoziati per il nuovo governo, vista la necessità di accettare delicati compromessi per poter entrare in qualsiasi coalizione.

Allargando lo sguardo alla dimensione europea, è degna di nota la quasi piena coincidenza della formazione della nuova coalizione di governo tedesca - che potrebbe avvenire anche a fine 2021 -  con l’avvio della campagna presidenziale francese, che di fatto è collocata a gennaio 2022: ciò implica un possibile rallentamento dell’impulso politico del “motore franco-tedesco”. È  però anche vero che il semestre di presidenza francese della UE, a partire proprio da gennaio, offre al Presidente Macron l’opportunità di rilanciare un dibattito ad ampio raggio sul futuro dell’Europa, a cui Berlino vorrà certo partecipare con proprie proposte.

L’agenda economica europea sarà influenzata in modo decisivo dal fattore tedesco: la Germania avrà l’esigenza di fare grandi investimenti interni - soprattutto nella transizione “verde” - , il che porrà la questione di una revisione del Patto di Stabilità e Crescita a livello UE. Tuttavia, alcuni partecipanti - con l’eccezione di un certo margine di manovra proprio sulle risorse per incentivare la transizione sostenibile – ritengono che la politica fiscale non cambierà in modo fondamentale, con riflessi di relativa continuità anche al livello europeo. In tale interpretazione, ci sarà un approccio flessibile, ma non una disponibilità a modificare radicalmente le regole fiscali e di bilancio.

Alcuni hanno poi espresso preoccupazione per i tassi di interesse a zero, o molto vicini allo zero, che potrebbero avere effetti distorsivi e pericolosi sull’intera economia europea. Anche su questo tema sarà importante il consenso che emergerà dalla composizione e dalle successive scelte del prossimo governo tedesco.

In ogni caso, sarà cruciale gestire in modo costruttivo gli imminenti negoziati commerciali con gli Stati Uniti, che saranno l’occasione per la UE, come anche per Washington, di superare alcune ambiguità riguardo alle nuove regole per gli scambi transatlantici e globali.

Ci sono molte aspettative per una posizione tedesca più proattiva nel campo della sicurezza e difesa, come controparte delle iniziative francesi e con il supporto attivo dell’Italia. Anche in questo caso, il rapporto transatlantico resterà quasi certamente un fattore fondamentale nelle decisioni tedesche, e condizionerà le scelte sulla “autonomia strategica” europea – un concetto per ora alquanto indefinito che dovrà essere declinato in senso operativo. In ogni caso, non ci sarà reale progresso senza una forte spinta congiunta franco-tedesca.

La Russia sarà probabilmente oggetto di un atteggiamento più duro da parte di Berlino, sebbene comunque nel contesto di un rapporto necessario e delicato. Il Presidente Biden ha cercato di ridurre in certa misura le tensioni degli ultimi anni, con una certa “normalizzazione” del dossier russo grazie alla recente “luce verde” a Nord Stream 2, che ha inteso facilitare proprio una ripresa della cooperazione con Berlino. Il prossimo governo tedesco dovrà però comunque fronteggiare un contesto internazionale che, anche ai confini orientali dell’Europa, è più competitivo e potenzialmente conflittuale rispetto al passato.

Anche nei confronti della Cina è prevedibile un certo indurimento, sotto la spinta del contesto globale e delle specifiche richieste americane, ma le relazioni con Pechino andranno gestite soprattutto in chiave europea. La sfida per Berlino è ampliare la propria percezione della Cina, non soltanto come controparte economico-commerciale (in base all’approccio sostanzialmente mercantilista degli ultimi anni) ma anche come potenziale avversario strategico. Il peso tedesco è significativo su scala globale soprattutto alla luce della natura geoeconomica e tecnologica della competizione con Pechino – e in tal senso la prossima presidenza tedesca del G7 sarà un’occasione per coltivare un consenso su varie questioni globali che certamente vedono la Cina come un protagonista.

È  stato comunque sottolineato che i processi decisionali tedeschi ed europei dovranno diventare più rapidi, come dimostra tra l’altro il recente caso di “AUKUS” (l’accordo anglo-americano per la fornitura si sottomarini a propulsione nucleare all’Australia), in cui un Paese esposto come l’Australia ha scelto un formato “Anglosfera” in parte proprio a causa della minore affidabilità e agilità della Francia e dell’Europa nel suo complesso. D’altro canto, la politica di sicurezza americana è percepita a sua volta come inaffidabile da molti europei, con i rischi che ciò implica per la coesione transatlantica. Questi dossier saranno sul tavolo del prossimo governo tedesco con grande urgenza.