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Le elezioni americane: la posta in gioco per l'Europa

Presentazione di Aspenia 74
Roma, 24/10/2016, Aspenia
Rassegna stampa

A meno di grandi sorprese finali sarà Hillary Clinton il prossimo presidente degli Stati Uniti. Negli ultimi giorni di una campagna elettorale fatta di pochi contenuti, di colpi bassi e dibattiti elettorali non certo esaltanti, Donald Trump insegue nei sondaggi e alza, se possibile, ancora di più il tono dello scontro e viola un fondamento di 240 anni di democrazia in America annunciando di non volere riconoscere altro vincitore se non se stesso.

E, dunque,  il 9 novembre all’indomani della scelta del nuovo Presidente la democrazia americana avrà una serie di questioni  fondamentali da risolvere. Innanzi tutto quella della governance: con quale composizione di  Congresso e  Senato avrà a che fare in caso di vittoria Hillary  Clinton? Può darsi che la strada sia in discesa: è possibile, infatti, che i democratici riescano ad ottenere  la maggioranza. Lo sa Paul Ryan , speaker repubblicano del Congresso che ha da tempo abbandonato Trump – dato ormai per battuto - per cercare, a suo dire, di salvare il Partito repubblicano al Congresso e al Senato. Perché Donald Trump se da un parte ha ottenuto una nomination con il massimo dei consensi mai ricevuti da un candidato repubblicano,  al tempo stesso sembra aver lasciato in macerie il Great Old Party da cui fuggono autorevolissimi  esponenti spaventati dalle sue tesi estremiste che invece raccolgono vasti consensi tra tutto quel vasto popolo antiestablishment che forma lo zoccolo duro dei suoi consensi. Altra questione è quella di ritrovarsi, comunque vada, un Paese diviso e in ogni caso un candidato che non accetta il risultato delle urne, aprendo non solo un vulnus nella storia politica statunitense, ma anche una sorta di viatico a contestazioni che potrebbero non essere immuni da comportamenti violenti.

Per quanto riguarda i rapporti internazionali con Hillary alla Casa Bianca la politica estera americana non dovrebbe cambiare molto. Non solo perché le decisioni dell’Amministrazione Obama venivano prese quasi sempre di comune accordo tra Presidente e Segretario di Stato, ma anche perché la linea multilaterale degli Usa  è ormai un dato acquisito. Una questione complessa sarà in ogni caso quella del rapporto con la Russia: se da un parte un Trump Presidente avrebbe sicuramente in Mosca un fedele alleato, la posizione di Hillary sarà più dura – si veda l’accusa di cyber war che viene mossa  alla Russia da tutto l’establishment democratico  americano, Obama compreso  - e la nuova amministrazione avrà bisogno di una grande dose di Realpolitik e di un approccio pragmatico e post-ideologico.

Quello che potrebbe cambiare è invece la politica energetica statunitense che nell’era Obama ha raggiunto il rilevante obiettivo di un’acquisita indipendenza energetica.  La linea Obama su cambiamenti climatici e approvvigionamento energetico potrebbe non essere la linea della Clinton. O almeno questa è la preoccupazione di Bruxelles. Proprio l’Europa cercherà di rappresentare un punto di equilibrio tra la nuova amministrazione americana e la Russia, sia per motivi geopolitici sia perché l’obiettivo è ancora più strategico in uno scenario post- Brexit.

Altro punto importante nel delineare lo scenario post-elettorale è quello degli accordi commerciali. Trump ne ha fatto uno dei pilastri dei contenuti economici della sua campagna, bocciando qualunque tipo di accordo passato e futuro tra aree geografiche e geopolitiche. Gli accordi commerciali per il candidato repubblicano sono da cancellare perché hanno portato solo danni all’economia americana e impoverito la classe media e quella lavoratrice. Una posizione che procura grande consenso a Trump, benché questi esprima tesi lontane dalla tradizione repubblicana in materia. Hillary Clinton lo sa e sa anche di aver cambiato posizione rispetto agli accordi commerciali firmati dagli Stati Uniti. Le scelte di economia internazionale dei democratici sono nel solco di una  tradizione favorevole, ma certo il dibattito è sempre stato e sarà ancora  aperto. Lo sa l’Europa che segue con preoccupazione lo stallo del TTIP, accordo strategico per una maggiore armonizzazione dei mercati europei e americani. E la recente posizione della Vallonia contraria a quello che sembrava un Trattato ormai concluso tra Europa e Canada - dopo sette anni di trattative  - non aiuta certo Bruxelles e ancor meno la candidata democratica.