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Le due Americhe e la ripresa possibile

Presentazione di Aspenia 59
Roma, 05/02/2013, Aspenia
Rassegna stampa
Rassegna audio-video

La crisi finanziaria esplosa nel 2008, trasformatasi poi in crisi dei debiti sovrani soprattutto per l’Europa, ha reso più evidenti che in passato i differenti trend nelle maggiori economie del pianeta: traiettorie quasi opposte nei mercati emergenti rispetto a quelli tradizionalmente avanzati, un divario tra Europa e Stati Uniti, forti asimmetrie interne alla UE. Su questo sfondo, la vitalità dell’America Latina costituisce una parziale novità nel panorama mondiale di cui si deve tenere pienamente conto su entrambe le sponde dell’Atlantico, anche nell’ottica di un rilancio dei legami transatlantici con un loro allargamento verso l’Atlantico meridionale.

La reazione degli Stati Uniti alla sfida della crisi è stata caratterizzata dalle politiche proattive ed espansive della Federal Reserve, che influenzano anche le attuali prospettive della ripresa – incerte sui tempi e i modi, ma piuttosto positive se si guarda alla capacità complessiva di adattamento dell’economia nordamericana. La fase di ripresa è ben simboleggiata dalle tendenze nel settore energetico, in cui gli USA sono avviati a diventare sostanzialmente indipendenti dalle importazioni e in grado di esercitare un forte peso sui mercati globali in quanto importante produttore. A questo fenomeno si accompagna una più ampia re-industrializzazione , che potrebbe favorire un complessivo rinnovamento e ammodernamento del tessuto infrastrutturale del paese. In tale ottica, anche il pur grave problema del debito pubblico è meno drammatico di quanto possa apparire, e comunque gestibile senza gravi contraccolpi per i contribuenti e per la crescita. In particolare, l’amministrazione Obama sta concentrando molti sforzi sulla salvaguardia dalla classe media, che sta soffrendo tuttora le conseguenze della crisi: in effetti, il relativo declino della classe media accomuna tutte le economie avanzate (e le contrappone a quelle emergenti), per cui assistiamo a vari tentativi di “nation building at home” – nel caso di Obama, ispirandosi a una sorta di populismo progressista.

Dal canto suo, l’Europa è frenata dai suoi molteplici livelli decisionali e dall’esigenza di un vasto consenso intergovernativo, ma anche dall’assenza di un vero mercato unico nel cruciale settore dei servizi – dal quale verrà presumibilmente buona parte della crescita nei prossimi anni. L’avvio di un dibattito nazionale britannico sull’ipotesi di un’uscita dalla UE presenta molti rischi: una posizione defilata di Londra potrebbe finire per ridurre il peso del Regno Unito nell’Unione senza produrre di contro alcun reale beneficio per il paese; e una minore integrazione britannica in Europa potrebbe anche danneggiare indirettamente i rapporti transatlantici.

In questa fase è comunque opportuno esplorare seriamente ogni possibilità per incoraggiare gli scambi transatlantici, compreso un grande accordo commerciale e finanziario di liberalizzazione tra USA e UE che parta da un presupposto comprovato: si tratta tuttora dell’interscambio più intenso al mondo, nonostante la crescita dei nuovi mercati.

In un contesto internazionale destinato a rimanere volatile, molti paesi dell’America Latina sembrano intanto aver imboccato un sentiero di crescita e consolidamento, e il loro potenziale è oggettivamente notevole. Il continente è in realtà molto diversificato – sia per le condizioni sociali che per le risorse disponibili che per le politiche prevalenti. Un dato condiviso sta però nei fattori endogeni di crescita, che vanno gestiti con attenzione e flessibilità nelle fasi di transizioni per non cadere nella “middle income trap” prima di fare il passo decisivo verso la prosperità diffusa. Brasile e Messico, in particolare, dispongono della massa critica sufficiente per fare da catalizzatori di processi regionali: in tal senso le organizzazioni per la cooperazione e integrazione regionale diventeranno sempre più importanti, ma stanno registrano progressi solo graduali e non facili: qui la UE può svolgere un ruolo importante come partner (soprattutto in settori a forte crescita e alta tecnologia come l’energia e le infrastrutture) e come modello.

Un problema specifico che devono affrontare soprattutto il Brasile, la Colombia e l’Argentina è quello della sopravvalutazione delle rispettive monete, causata dai prezzi elevati delle materie prime che essi esportano: per questi ed altri paesi esiste il rischio di affidarsi eccessivamente alle materie prime arricchite rispetto ai manufatti, in particolare come export verso i mercati asiatici. In termini di produttività le economie latinoamericane non sono infatti competitive con quelle asiatiche, e ciò pone una sfida per la sostenibilità della loro crescita. Sul versante positivo, tuttavia, restano fattori strutturali come i trend demografici favorevoli, il basso livello di debito (pubblico ed estero), i legami con il Nordamerica facilitati dalla geografia, e infine il fatto stesso della ampia disponibilità di risorse (che è certamente un grande vantaggio comparato qualora venga utilizzata correttamente).

A livello globale, le prospettive per il 2013 sono di una ripresa della crescita del commercio mondiale – una ripresa tra i cui protagonisti vi sono vari paesi latinoamericani. Un contesto di dialogo multilaterale avrebbe dei vantaggi rispetto a quello bilaterale “a raggiera”, sia per rafforzare il peso europeo sia per superare alcuni ostacoli storici nei rapporti tra gli Stati Uniti e i paesi-chiave dell’America Latina.

Guardando oltre questo grande quadro transatlantico “allargato” verso il Sud, nei prossimi anni anche altre grandi economie, a cominciare dalla Cina, saranno spinte dalle esigenze interne a concentrarsi sulle priorità nazionali, con un atteggiamento spesso introverso: dunque, la gestione dei grandi problemi globali e transnazionali richiede quantomeno un consenso solido su poche regole che siano certe e rigorosamente rispettate.