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Italia, Europa e Israele: come costruire una partnership privilegiata

Roma, 16/09/2008 - 17/09/2008, Conferenza Internazionale
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I rapporti bilaterali tra Italia e Israele sono diventati negli ultimi anni più intensi e proficui, anche se sul piano delle grandi questioni strategiche ed economiche il livello europeo è quello più appropriato. In parte per effetto dell'11 settembre, è cresciuto l'interesse per le ragioni profonde dei problemi della regione Medio Oriente/ Mediterraneo: ciò ha reso più evidente l'importanza dei fattori sociali e politici interni. E in questa prospettiva risaltano i caratteri peculiari di Israele come una sorta di avamposto dell'Occidente.

Al tempo stesso, rimane diffusa nell'opinione pubblica europea la percezione che Israele, e in particolare le politiche dei suoi recenti governi, costituiscano una fonte di instabilità e problemi. In alcuni casi, seppur marginali, questa percezione sconfina in forme di antisemitismo. E' inoltre frequente l'identificazione di Israele come Stato non laico ma invece confessionale, quando non addirittura creato su base "etnica".

In realtà, Israele si presenta come una società molto dinamica e ormai fortemente diversificata, soprattutto in ragione dei continui flussi di immigrazione. Rimane in proposito un fondamentale quesito aperto: se i cittadini israeliani di prima generazione siano oggi meno favorevoli al processo di pace rispetto al resto della popolazione.

L'evoluzione dell'intero sistema partitico è assai incerta - come conferma anche la crisi di governo in corso al momento della conferenza - e continuerà ad essere influenzata da un contesto regionale altamente instabile.

Su questo sfondo, appare ancora più sorprendente la performance economica del Paese, incentrata sulle sue risorse umane di altissima qualità e sulla capacità di attrarre consistenti capitali, soprattutto dagli Stati Uniti. I legami economici con l'Europa, pur significativi, si concentrano su settori a più basso contenuto tecnologico. Da una prospettiva europea e italiana, il potenziale di Israele va visto nell'ottica più ampia di un rilancio della regione mediterranea e delle sue reti di interdipendenza. D'altra parte, qualsiasi iniziativa nel campo degli investimenti non può oggi prescindere da considerazioni sull'economia globale, a cominciare dall'intreccio tra questioni finanziarie ed energetiche.

Passando al versante della sicurezza, i problemi di fondo restano irrisolti, sia rispetto al conflitto israelo-palestinese sia ai rapporti con Libano e Siria; ma la linea di tendenza più preoccupante è la crescita del radicalismo perfino al di fuori dei movimenti consolidati come Hamas e Hezbollah. La grave debolezza e frammentazione dell'attuale leadership palestinese condiziona le prospettive di un negoziate sostanziale, nonostante il reale impegno delle componenti moderate.

Il ruolo che l'Unione Europea può svolgere è potenzialmente quello di partner privilegiato per Israele, a patto però di lavorare comunque in stretto coordinamento con gli Stati Uniti e di favorire un impegno congiunto e costante dei maggiori Paesi arabi. Sul piano del sostegno economico allo sviluppo dell'area, il peso europeo potrebbe essere decisivo.

D'altro canto, è difficile immaginare la concessione di garanzie di sicurezza complessive, perfino da parte della NATO se si considerano le sfide che l'alleanza deve affrontare sul continente europeo (oltre che in Afghanistan). Si tratta piuttosto di incoraggiare l'emergere graduale di accordi e meccanismi di sicurezza regionale: questi possono venire incoraggiati dalla comune percezione di una minaccia transnazionale estremistica, come è stato evidenziato dall'avvio del processo di Annapolis.