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Il secondo tempo di Donald Trump. Le sfide economiche transatlantiche

Roma, 15/01/2019, Aspenia

Non sarà l’economia a mettere in pericolo l’eventuale rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Il Presidente americano, che per alcuni resta ancora una sorta di incidente della storia, è molto più pragmatico di quanto i suoi repentini cambi di strategia e la sua innovativa comunicazione a colpi di durissimi tweet facciano pensare. La riforma fiscale giova all’economia americana e i suoi vantaggi dovrebbero durare nel tempo per giocare un ruolo nella corsa al secondo mandato nel 2020. Il nuovo fisco ha aiutato, peraltro, la classe media americana e non i grandi ricchi come ritenevano invece molti osservatori. Nonostante qualche piccolo rallentamento, il sistema economico Usa veleggia ancora a ritmi di crescita interessanti che dovrebbero attestarsi intorno al 2,5 % nei prossimi due anni. E non ci sono alle viste crisi finanziarie o aumenti di tassi della Fed, i due elementi fondamentali che in passato hanno mandato l’economia Usa in recessione.

Che le politiche del Presidente siano di stimolo all’economia lo riconoscono anche alcuni analisti di area democratica e, quindi, la visione del futuro in campo economico è sostanzialmente ottimista. Cosa che non si può dire della situazione politica e amministrativa. È in atto il più lungo shut down della storia americana e, oggi come non mai, il sistema politico sta vivendo una fase di profonda polarizzazione dove valori, visioni ideologiche e strategie sono trasversali ai due partiti tradizionali .

Il partito repubblicano ha “un’agenda negativa” in cui prevalgono deregolamentazione e decentralizzazione e che permette ai repubblicani di fare squadra intorno ad un Presidente come Donald Trump che rappresenta al meglio questa scelta. I democratici, dal canto loro, non riescono a coagularsi intorno ad una visione e a un leader: hanno “un’agenda positiva”, ma troppe sono le posizioni e non si intravede ancora un qualsivoglia leader che possa incarnare e rendere battagliera tale agenda.

Donald Trump resta in ogni caso archetipo e icona di una crisi della società occidentale, e soprattutto della sua leadership, che ha trovato la via populista per cercare di recuperare il legame con i cittadini, perso perché non si è più voluto ascoltarne la voce e soddisfarne le esigenze. Sono venute meno le strutture intermedie – i partiti, ma non solo – e si è passati ad una fase di sfacciato leaderismo giocato essenzialmente sulla persona e non sulle idee o sulla cultura politica, una fase caratterizzata dall’aspra competizione tra sistema economico e sistema sociale dagli esiti non sempre prevedibili.

Per la dottrina Trump gli Usa sono ancora un punto di riferimento della politica internazionale, ma non vogliono più essere i gendarmi del mondo e, soprattutto, non vogliono più sostenere i costi del ruolo. E chiedono duramente a Nato ed Europa di cambiare posizione sia in termini di costi della difesa sia in termini di migliore gestione dei surplus commerciali.  Ma la nuova Guerra Fredda, adesso e in futuro, non sarà sul trade, pur avendo i dazi innescato un aspro confronto. La vera Guerra Fredda sarà quella per il dominio delle tecnologie basate sull’intelligenza artificiale: da due anni la Cina investe massicciamente  in questi settori, sfidando il predominio americano. La nuova Guerra Fredda – quella tra Pechino e Washington - si gioca a cavallo tra economia e sicurezza e finirà per produrre, come è accaduto per quella tra Washington e Mosca, una competizione per le rispettive sfere di influenza. Non dunque semplicemente una guerra commerciale, ma un duro confronto per delineare i futuri equilibri geopolitici.