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Il paradigma economico post-Covid: futuro del lavoro e imprese

Modalità digitale, 19/10/2021, Aspenia
Rassegna stampa

La realtà economica internazionale presenta molte complessità che vengono analizzate e approfondite nel numero 94 di Aspenia “I nuovi dopoguerra”. Potrebbero aprirsi, nell’era post-Covid, scenari simili a quelli degli anni ‘70 oppure potrebbe riproporsi un quadro simile ai ruggenti anni ‘20 del secolo scorso con l’infelice epilogo della Grande Depressione del 1929.

Se la storia non si ripete in maniera identica vanno però analizzate luci e ombre del momento attuale. Da una parte una ripresa solida e non solo “di rimbalzo”: si prenda, ad esempio, l’Italia che presenta ottimi dati economici, frutto non episodico, ma esito di un consolidamento progressivo di settori come export, manifattura, servizi e turismo. Anche la realtà europea presenta senza dubbio elementi di successo: la scelta di immettere denaro per la transizione energetica e per quella digitale, ovvero aver individuato una direzione precisa, contribuisce ad alimentare una visione positiva, dare una direzione ai fondi pubblici e alle strategie delle grandi aziende globali, offrire stabilità alle molte variabili in gioco.

Un esempio concreto è quello del Green Deal Europeo, una strada ormai tracciata verso una transizione energetica sostenibile cui si aggiunge il cambio di rotta dell’amministrazione Biden che riporta gli Stati Uniti negli accordi di Parigi. E sarà compito della Cop26 di Glasgow – a doppia presidenza italo-inglese - trainare verso la direzione presa dall’Europa e dagli USA altre potenze internazionali a tutt’oggi riluttanti.

Non mancano però anche le ombre, in parte dovute a seri problemi di approvvigionamento energetico nonché ai prezzi molto elevati del gas e in parte alle difficoltà della logistica e dei trasporti in generale. Per non parlare di altre incognite: debiti pubblici in crescita, scarsa corrispondenza tra domanda e offerta nonché il recente rallentamento della Cina. Preoccupano anche i costi sociali delle due transizioni, quella energetica e quella digitale, in termini di figure lavorative ormai obsolete - e perciò espulse dal mercato - che necessitano una contemporanea costruzione di nuove professionalità. Tutti fattori, questi, che proiettano non poche incertezze in uno scenario internazionale non omogeneo. 

La transizione digitale, che resta la matrice di tutte le transizioni, avrà un forte impatto sul mondo del lavoro e sulla sua organizzazione. La pandemia ha modificato i modelli di organizzazione del lavoro e si è assistito ad una crescita esponenziale dello smart working. I mesi vissuti in lockdown – ma anche quando queste norme sono state allentate – hanno prodotto condizioni di eccezionalità nelle aziende che hanno dovuto all’improvviso riorganizzarsi con soluzioni anche emergenziali.

Lo smart working presuppone una valorizzazione dell’autonomia e della responsabilità dei lavoratori. Non per tutti si tratta di una soluzione: non serve un suo uso massiccio, ma bisognerebbe esaminare razionalmente in quali situazioni possa essere utile. Si prenda ad esempio la manifattura: difficilmente lo smart working potrebbe diffondersi stabilmente in questo settore. Anche perché per ora non esistono evidenze che lo smart working garantisca un buon livello di produttività. Nella nuova organizzazione del lavoro non si può anche dimenticare quanto andrà fatto per colmare il divario di genere nei livelli occupazionali. Una maggiore occupazione femminile non solo porta ad un aumento del PIL, ma influisce positivamente anche sulla produttività. 

Vanno attentamente considerate alcune esternalità economiche negative che sarebbero indotte da un uso massivo di questa modalità di lavoro. Un esempio per tutti: l’intera catena di servizi che ruota intorno all’ora di pranzo: bar, ristoranti, hotel, trasporto pubblico e real estate. Si è, inoltre, calcolato che in conseguenza di un uso massiccio dello smart working potrebbero fermarsi ben quattro milioni di auto. Con ricadute pesanti sul settore automotive. Al tempo stesso – naturalmente - si verificherebbe un sensibile miglioramento dei livelli di CO2, come accaduto nel primo lockdown duro del periodo pandemico. Peraltro – è stato ricordato – il livello di inquinamento delle città non è attribuibile soltanto all’inquinamento da traffico, ma è dovuto molto anche ai sistemi obsoleti di riscaldamento degli appartamenti.

Altra esternalità negativa, questa volta in ambito sociale, potrebbe essere quella della crescita di disuguaglianza tra i lavoratori a distanza e quelli in presenza. Bisognerà, dunque, agire con cautela e in maniera equilibrata, evitando soluzione estemporanee che potrebbero portare ad una crescita repentina di tensioni sociali. Al tempo stesso – si è evidenziato - non si può dimenticare che l’uso dello smart working ha portato anche benefici nell’organizzazione del lavoro, contribuendo ad un maggiore equilibrio nella conciliazione tra casa e lavoro, abbassando alcuni costi aziendali come quelli provenienti da un mancato uso degli spazi di lavoro. La trasformazione deve essere guidata, ma certo non è possibile tornare indietro dopo il grande sviluppo del digitale dovuto alla pandemia. Anzi, per alcuni, non sembra lontano un cambio di paradigma nell’organizzazione aziendale del lavoro: da ruoli e gerarchie ad autonomia e senso di appartenenza aziendale, dagli headquarter agli hubquarter.