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Il lavoro dopo la Pandemia

Modalità digitale, 29/03/2021, Tavola rotonda Intergenerazionale

La pandemia da Covid-19 ha rappresentato uno straordinario acceleratore di tendenze già avviate prima dell’emergenza. Nel mercato del lavoro italiano, con la chiusura generale di marzo 2020, nell’arco di poche settimane sono stati compiuti progressi, che avrebbero altrimenti richiesto decenni di transizione, in termini di digitalizzazione, resilienza dei modelli organizzativi, diffusione di competenze specifiche. Se all’inizio del 2020 il lavoro a distanza rappresentava ancora solo un protocollo sperimentale concesso ai dipendenti unicamente a determinate condizioni, in primavera si è affermato con estrema rapidità persino rispetto a mansioni che prima non erano considerate eseguibili da remoto senza inficiarne il risultato. Immediati sono stati i benefici in termini di sostenibilità economica per le imprese, sostenibilità ambientale per l’intera società ed equilibrio dei tempi vita-lavoro per le famiglie.

Tuttavia, allo stesso tempo, il lavoro risulta essere una vittima della pandemia: gli ammortizzatori sociali posti in essere dal Governo a seguito del drammatico impatto avuto dalle chiusure su numerose attività economiche non sono, infatti, bastati a impedire l’irrompere di una profonda crisi occupazionale, a cui si aggiunge la difficoltà delle imprese a metabolizzare i progressi alle quali sono state improvvisamente costrette. Emergono così nuove diseguaglianze, che portano a una polarizzazione della forza lavoro soprattutto sulla base di criteri di età, genere e ambito professionale di appartenenza.

Tale condizione dei lavoratori è aggravata dall’emergere di nuove forme di alienazione. Il venir meno della centralità del numero delle ore di impegno profuse quotidianamente da ciascun dipendente ha reso labile il confine esistente tra dimensione privata e dimensione professionale. La necessità di essere sempre a disposizione e dunque, sempre connessi espone i lavoratori a molti rischi legati all’emergenza psicologica esplosa nella società parallelamente a quella pandemica.

Il contesto emergenziale si protrae però da più di un anno e appare oggi necessario abbandonare misure legate alla contingenza in favore di risposte sistemiche alla crisi in corso. La cassa integrazione in deroga e il blocco dei licenziamenti non sono strumenti il cui utilizzo può essere prorogato per un tempo eccessivamente prolungato. Per contrastare la crisi occupazionale è necessario un ripensamento dell’intero modello di sviluppo e, di conseguenza, anche delle categorie con cui il mercato del lavoro era stato strutturato prima della quarta rivoluzione industriale.

Sin dall’inizio del ricorso massivo al lavoro a distanza è risultato chiaro quanto sia necessario riorganizzare la vita professionale non più su base oraria, ma in funzione degli obiettivi da raggiungere. Non sono però ancora state individuate le modalità gestionali per raggiungere tale scopo. Un’operazione di ristrutturazione di questo tipo richiede una nuova attenzione al capitale umano, sia nei termini di una formazione davvero permanente sia di una ritrovata centralità delle competenze. È necessario che quest’ultima diventi, da un lato, la bussola della cultura di impresa a partire dai processi di reclutamento del personale; dall’altro, il criterio di riorganizzazione e di azione dei soggetti della rappresentanza dei lavoratori.

La pandemia sfida le istituzioni pubbliche e private ad adottare una cultura della sostenibilità ambientale, sociale ed economica. La sfida è altresì di restituire centralità all’uomo, alla sua formazione, al suo diritto a esprimere il proprio potenziale. Per il mondo post-Covid si apre, quindi, la necessaria prospettiva di un nuovo umanesimo, ispirato ai principi della salute, della sostenibilità e del benessere.