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Global health and climate change: why the Green Deal remains crucial

Modalità digitale, 18/05/2020, Digital Panel Discussion

La fase più acuta della pandemia ha causato, con i lockdown quasi ovunque nel mondo, una sorta di enorme esperimento nel controllo dell’inquinamento atmosferico, soprattutto nei grandi centri urbani – con vantaggi tangibili per la salute pubblica, seppure certamente di breve termine e ancora difficili da quantificare. Si tratta, in ogni caso, di un “rimedio” del tutto eccezionale e chiaramente non sostenibile. Eppure, ci sono alcuni importanti overlap tra le misure per la fase post-pandemia e l’azione a tutela dell’ambiente. Ad esempio, c’è oggi una crescente attenzione per la deforestazione, che ha certamente contribuito alle origini biologiche del Covid-19. Un secondo aspetto è proprio quello della qualità dell’aria, a livello locale, come fattore che ha molto probabilmente aggravato gli effetti del virus sulla salute.

Come sempre, le decisioni e le misure pratiche per favorire la transizione energetica e nuovi modelli produttivi hanno una forte valenza politica, dati gli interessi economici in gioco, le ripercussioni geopolitiche, e anche l’impatto sugli stili di vita.

Negli Stati Uniti, la spaccatura ideologica tra i due partiti è molto netta sulle politiche ambientali, ma assai più limitata sulla questione del rischio di future epidemie, il che offre una prospettiva positiva. Intanto, il nuovo impulso per lo sviluppo di forme di lavoro “smart” – certamente meno costose in termini energetici – può consentire una coalizione piuttosto ampia tra il mondo del business, quello del lavoro, e i sostenitori della transizione energetica. In tale contesto, anche gli investitori saranno propensi a selezionare le opportunità in modo diverso dal passato, favorendo alcuni elementi della più vasta agenda “verde”. Il collasso dei prezzi petroliferi potrebbe creare ostacoli temporanei sul piano delle fonti energetiche, ma riflette in realtà l’instabilità ormai strutturale del settore fossile, le caratteristiche fragili dell’industria americana dello shale gas&oil e l’attrattività delle fonti rinnovabili.

Ci sono in corso cambiamenti strutturali, con un calo consistente dei costi delle rinnovabili, a cominciare dal carbone per la generazione di elettricità; qui la decarbonizzazione è già guidata dalla convenienza economica e sta intanto producendo una graduale “elettrificazione” di attività che poggiavano tradizionalmente su altre fonti energetiche, come il riscaldamento e la mobilità. Ma rimane il fatto che gli impianti industriali, gli edifici e i trasporti devono tuttora essere investiti da una profonda trasformazione: in tal senso, i vari pacchetti di stimolo economico dei prossimi mesi potrebbero essere decisivi nell’orientare le scelte degli operatori. Finora un freno è stato legato alla preoccupazione per la distruzione di posti di lavoro: è una falsa dicotomia in termini industriali, poiché la transizione energetica consente la creazione di impiego più sostenibile e stabile rispetto a molte industrie tradizionali. Ci sono grandi dunque opportunità nella fase di rilancio complessivo che abbiamo di fronte.

La mobilità, come stiamo già verificando in Cina, è la prima attività (ad alta intensità di anidride carbonica) a riprendersi con forza appena si esce dalle misure restrittive imposte per la pandemia: è dunque un’area di intervento assolutamente primaria se si vuole introdurre la “carbon footprint”, in particolare nei maggiori agglomerati urbani.

A livello europeo, il Recovery Fund è un’opportunità non soltanto per rilanciare progetti e settori già consolidati, ma per incentivare un cambio di paradigma attraverso un grande piano industriale europeo che guardi avanti con coraggio e sfrutti appieno i vantaggi comparati di cui il continente già dispone. Tra i settori molto promettenti c’è lo storage, il carbon capture, e la digitalizzazione. E c’è un legame diretto con il Green Deal europeo, fondato peraltro fin dall’inizio sul concetto della salute pubblica intesa in senso ampio. Ulteriori opportunità verranno dallo spostamento dei flussi di investimenti, ad esempio a seguito della quasi inevitabile contrazione del settore del trasporto aereo.

Un compito complesso ma necessario sarà la costruzione di alleanze globali per ampliare l’adozione di standard ambientali come quelli europei – che riguardano, come noto, meno del 10% delle emissioni globali e dunque devono accompagnarsi a politiche in chiave multilaterale ben più ampia. E’ stato notato in proposito che la strada è ancora lunga e ardua, visto che le grandi economie emergenti concentrano oggi la crescita dei consumi con un’impronta energetica divenuta spesso superiore a quella delle economie più avanzate: questi nuovi produttori e consumatori dovranno cambiare il proprio modello di sviluppo per rendere possibili riduzioni consistenti delle emissioni, il che richiederà investimenti massici e probabilmente un alto livello di trasferimento di tecnologie.

In una mappa complessiva dei rischi globali, una pandemia era effettivamente presa in considerazione da molti prima del Covid-19, pur essendo valutata come un evento a bassa probabilità; ma altrettanto indicativo è il fatto che un rischio ancor più grave e ad alta probabilità è legato agli effetti perfino catastrofici e permanenti del climate change. E’ vero anche che lo sganciamento dalle fonti fossili ha implicazioni geopolitiche molto vaste, visto soprattutto il legame tra alcuni regimi in Medio oriente (ma non solo) e la relativa stabilità di intere regioni e grandi masse di popolazione. Si dovranno dunque valutare con attenzione le variabili strategiche, non soltanto strettamente economiche o ambientali, di un passaggio radicale a nuove fonti energetiche.

In ogni caso, c’è oggi maggiore consapevolezza, nei Paesi economicamente più avanzati, dell’esigenza di affrontare gli obiettivi dello sviluppo sostenibile allo stesso tempo e con lo stesso grado di priorità rispetto alle misure di rilancio economico post-pandemia. Diventa allora essenziale non soltanto concordare, a livello europeo, l’entità delle risorse utilizzabili, ma anche stabilire come esattamente utilizzarli. E’ un punto cruciale per l’Italia, che ha una tradizionale difficoltà a spendere le risorse rese disponibili. Sarà altrettanto importante gestire con intelligenza la riconversione dei centri urbani, che avrà un impatto diretto sul benessere di moltissimi cittadini e dunque anche sul livello di consenso politico – altro tassello indispensabile per rendere praticabile una vera transizione verde.