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The Europe-Russia Forum

Modalità digitale, 13/07/2021, Conferenza Internazionale

I rapporti tra Unione Europea e Russia hanno attraversato un periodo turbolento, e tuttora non si intravedono segni complessivi di una svolta positiva, se non su aspetti specifici e in base a limitate aspettative pragmatiche. Le due parti condividono sostanzialmente l’assunto che il dialogo sia la modalità preferibile di relazione diplomatica, anche a fronte di profonde differenze di opinione e interessi: anche un incontro al vertice non è da vedere come un premio o una concessione, e in tal senso può essere comunque utile come occasione di confronto franco per discutere le questioni più spinose. Esistono in ogni caso dossier di comune interesse, come in tutta evidenza le politiche climatiche e le misure sanitarie, o alcune forme di collaborazione tecnica e culturale, che potrebbero facilitare progressivamente una maggiore fiducia reciproca tra le parti su altre questioni controverse.

Gli ostacoli sulla strada di un rapporto bilaterale più produttivo sono notevoli nel breve termine – a cominciare dalle rispettive visioni degli assetti europei e del “vicinato europeo” – ma esistono opportunità nel medio e lungo termine, che potranno essere colte a patto di usare una certa creatività. Realisticamente, l’obiettivo immediato dovrebbe essere creare le condizioni di base per coltivare un dialogo pragmatico, lasciando da parte gli aspetti più intrattabili.

Vi sono importanti contraddizioni nella proiezione russa in varie crisi regionali di grande rilevanza per l’Europa: in Siria la Russia ha un approccio “legalistico” nel suo sostegno al regime di Assad; in Libia al contrario adotta un atteggiamento pragmatico e opportunistico, ignorando la posizione della comunità internazionale. La carenza di coesione europea non consente però di evidenziare tale tensione concettuale e di ingaggiare attivamente Mosca alla ricerca di possibili mediazioni e strumenti di risoluzione dei conflitti in corso.

A complicare secondo alcuni osservatori le prospettive bilaterali, l’economia russa è in una fase molto difficile, con una decrescita significativa - anche se non una crisi repentina e drammatica - e le inevitabili difficoltà legate al ruolo declinante delle fonti energetiche fossili. Secondo questa interpretazione, la Russia non sembra disposta a pagare il prezzo che un netto riavvicinamento all’Europa richiederebbe, ed è invece orientata verso la “Sino-sfera” alla ricerca di vantaggi economici. In termini più generali, le posizioni complessive dell’Europa sui temi di diretto interesse per Mosca, da Ucraina e Bielorussia fino ai diritti umani e la cybersicurezza, non sono realmente compatibili con quelle russe nella forma in cui vengono attualmente espresse. Le sanzioni attualmente in vigore sono la manifestazione più evidente di questi contrasti profondi; e la rinnovata cooperazione transatlantica spinge ulteriormente la UE nella medesima direzione.

Altri esperti ritengono d’altra parte che l’inclusione economica della Russia nella “Sino-sfera” sia in realtà lontana dal realizzarsi e assai improbabile anche in futuro, anche perché è in atto una vera trasformazione dell’economia globale (non soltanto una transizione energetica e “verde”) e le catene del valore stanno cambiando profondamente. Nel contesto della transizione energetica, comunque, vi sono alcune opportunità per i rapporti euro-russi, soprattutto guardando al settore specifico dell’idrogeno. Intanto, la relativa chiusura russa verso gli investimenti e le tecnologie occidentali degli ultimi anni è stata in effetti compensata da una diversificazione verso la Cina e altri attori, e nel complesso l’economia è stata stabilizzata anche dal punto di vista fiscale e monetario.

Mosca sta tentando di evitare la posizione subordinata – di “junior partner” – che sembra essere implicita nelle proposte politiche dei suoi due partner più naturali, cioè la UE e la Cina: l’autopercezione russa è quella di una potenza strategicamente autonoma su scala globale, e tale posizione è sostenibile fintanto che il sistema internazionale rimane multipolare (mentre non lo sarebbe probabilmente se si andasse verso un sistema fortemente bipolare dominato da Usa e Cina). Nel rapporto con gli europei, in ogni caso, l’unica opzione accettabile per Mosca sembra prevedere che la UE si comporti, a sua volta, come attore pienamente indipendente da Washington – un approccio che certo non facilita l’evoluzione positiva dei rapporti euro-russi.

Una questione ricorrente è relativa alle divisioni interne alla UE, con il tentativo deliberato di Mosca di approfittare delle differenti posizioni dei singoli Paesi-membri; molti segnali indicano però che l’atteggiamento tedesco – spesso il punto di riferimento per chi è più disponibile verso la Russia – si è fatto più duro, spostando il baricentro europeo in una direzione meno favorevole e favorendo una posizione intermedia a Bruxelles. La fase attuale è poi caratterizzata da una qualche incertezza dovuta al ciclo politico che si sta chiudendo proprio in Germania - con una leadership post-Merkel - e in Francia con il voto presidenziale del 2022.

La Cina è considerata unanimemente come un problema sistemico, sia in termini strategici che più strettamente economici: secondo alcuni osservatori l’ascesa cinese rende difficile una piena coesione transatlantica, creando così possibili opportunità per Mosca; altri prefigurano un rilancio delle alleanze occidentali in vari formati, con un dilemma per la collocazione russa nei nuovi assetti globali.

Guardando specificamente al “Mediterraneo allargato” come area su cui convergono gli interessi europei e russi, la presenza russa in vari contesti di crisi o di relativa instabilità è ormai un dato geopolitico acquisito: Mosca ha sviluppato una effettiva capacità di influire sul contesto locale, inizialmente mediante strumenti militari (diretti o più spesso indiretti) ma con una certa “leva” diplomatica che ormai non può essere ignorata. Nel bacino mediterraneo un motivo di preoccupazione è lo schieramento di forze navali, con il rischio di incidenti lungo le principali rotte marittime. A fronte di questa situazione, sarebbe utile attivare canali di dialogo strategico e operativo per chiarire i rispettivi interessi ed evitare malintesi, idealmente anche con un coinvolgimento americano.

I recenti sviluppi nel Mediterraneo orientale – e in particolare lo “EastMed Forum” per lo sfruttamento di nuovi giacimenti fossili offshore – presenta rischi e opportunità, compreso il persistente interesso americano che di fatto smentisce le tesi di un permanente “disengagement” di Washington dalla regione. Il fatto stesso che nel progetto siano coinvolti Israele, Egitto, Grecia e Cipro, prefigura un possibile mutamento non solo economico, ma anche in termini di cooperazione strategica. Sul versante dei rischi vi sono le ben note preoccupazioni turche e il possibile effetto negativo sulla difficile risoluzione della questione libica.

Proprio la situazione in Libia offre comunque qualche spiraglio di speranza, e conferma che in chiave di stabilizzazione è indispensabile acquisire una diretta influenza sul terreno – un punto debole dell’approccio europeo dalla fine del regime di Gheddafi. È chiaro comunque che la prospettiva di un processo politico libico richiede un mix di fattori militari ed economici anche internazionali, oltre che di equilibri politici e sociali interni.

Come dimostrano in particolare i rapporti con la Turchia, la Russia è in grado di collaborare selettivamente con le potenze regionali su importanti dossier, ma non punta necessariamente a creare coalizioni stabili, preferendo sempre conservare la propria libertà di azione e una certa flessibilità diplomatica. Peraltro l’asse Mosca-Ankara è complicato dagli interessi non sempre allineati nell’assai più ampia area euroasiatica.

L’evoluzione della politica estera iraniana, dopo le recenti elezioni presidenziali, è un altro fattore regionale di grande interesse tanto per l’Europa quanto per la Russia, sia per la possibile ripresa dell’accordo nucleare in qualche forma e sia in senso più ampio per gli assetti del Golfo. Come in altri casi, vi sono evidenti interessi comuni – soprattutto riguardo alla non proliferazione nucleare – e opportunità economiche e strategiche per lo sviluppo e la stabilizzazione della regione circostante. Il fatto che vi sia in realtà un contesto multipolare potrebbe risultare positivo per il reinserimento graduale dell’Iran nella diplomazia internazionale.