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China in the post-Covid order: implications for the EU and Italian business interests

Modalità digitale, 26/05/2020, Workshop Internazionale

La crisi legata al Covid-19 ha colpito duramente l’economia mondiale, giungendo sulla scia di un processo già in atto di parziale “deglobalizzazione”. La diversificazione – e la possibile frammentazione – delle supply chain globali è una grande sfida per l’economia cinese, ma non è detto che avrà effetti molto negativi sulla crescita mondiale, visto che moltissime aziende (tra cui certamente alcune italiane) sono oggi interessate a entrare nel mercato cinese e intanto le stesse aziende cinesi hanno interesse a diversificare i loro partner commerciali. La Cina peraltro, secondo le attuali proiezioni, continuerà a contare per circa un terzo della crescita globale.

Il corporate debt è molto alto, e ciò potrebbe mettere sotto forte stress il sistema bancario in una fase di netto rallentamento del tasso di crescita (oggi previsto sotto il 2%, dunque inferiore al tasso di crescita demografica del Paese). Il livello dell’indebitamento è tuttavia meno preoccupante che per altri Paesi, visto che il debito è in larga maggioranza detenuto in Cina. La priorità per il governo sarà comunque la stabilità del mercato interno, anche se proseguiranno gli sforzi per consolidare la presenza cinese in Asia – entrambi trend che erano già visibili prima della pandemia. Intanto, lo sganciamento dal dollaro, per quanto incompleto, servirà anche a porre le basi per un pilastro monetario asiatico a guida cinese.




China's economic outlook
29/05/2020

Fan Gang
Director, National Economic Research Institute, China Reform Foundation

Alcuni esperti prevedono in effetti una nuova fase di apertura dell’economia cinese, seppure selettiva e comunque condizionata da preoccupazioni di sicurezza – anche a fronte dell’atteggiamento americano. E sottolineano anche la reattività di un sistema economico ormai molto complesso e articolato, in grado di reggere l’urto della minore crescita.

A livello internazionale, il decoupling rispetto ai Paesi OCSE è un processo già in corso che va oltre il settore commerciale – e che vale sia per verso gli Stati Uniti sia verso l’Europa. Negli ultimi due anni sono aumentate le misure di “export control” ma anche le limitazioni imposte alla cooperazione tecnologica e perfino scientifica. Secondo alcuni partecipanti, lo stimolo principale dietro questa evoluzione non è la politica adottata da Donald Trump ma la divergenza cinese rispetto alla strategia di riforme di mercato, che di fatto si è arrestata dopo alcuni tentativi falliti. Il vero quesito è se il processo di decoupling continuerà ad allargarsi a nuovi settori, con misure di reshoring e diversificazione fortemente incoraggiate dai governi (come ad esempio in Giappone) o strategie di cooperazione tra compagnie per competere con quelle cinesi (come ad esempio in Europa). Gli USA sono avviati nella direzione di una vera competizione strategica, mentre l’atteggiamento europeo non è ancora consolidato e univoco in tal senso.

Quanto al futuro della Belt&Road Initiative, si tratta di un’iniziativa di lungo periodo, che dunque sarà perseguita ben oltre la fase attuale di riduzione degli scambi globali. Ci saranno aggiustamenti di medio termine, ma certo rimane l’esigenza di massicci investimenti in grandi infrastrutture in molti Paesi-chiave, anche per creare occupazione – cosa che vale senza dubbio per la regione mediterranea. Ciò renderà capitali cinesi comunque attraenti almeno per alcuni governi, nonostante le maggiori cautele adottate da quasi tutte le controparti negli ultimissimi anni.

Dalla prospettiva europea, è essenziale gestire il rapporto con Pechino in forma aggregata, facendo leva sul potenziale dell’Unione europea invece di negoziare accordi specifici in chiave puramente nazionale. Solo a queste condizioni gli interessi europei potranno essere tutelati, evitando di finire schiacciati nello scontro geopolitico Cina-USA. Le relazioni sino-europee sono da tempo impostate in modo articolato, senza cedere alla tentazione di adottare soltanto criteri di convenienza commerciale, ma è comunque necessario mantenere compatto il fronte europeo anche per lavorare su dossier multilaterali a livello globale come quelli ambientali o sanitari.

Tra le conseguenze della pandemia, molti operatori sottolineano, oltre all’adattamento necessario – ma al momento incerto – degli approvvigionamenti sui mercati globali, anche un mutamento complessivo delle abitudini dei consumatori: più orientati all’e-commerce, più consapevoli e attenti rispetto alla provenienza di beni e servizi, e certamente molto più selettivi ed esigenti nel caso del turismo. In alcuni settori produttivi le catene del valore sono parzialmente flessibili, ma è difficile immaginare una rottura totale dei rapporti con le filiere cinesi a meno che non si verifichino scontri geopolitici di tipo frontale.

In termini sistemici, comunque, si dovrà guardare alle cause dei problemi – commerciali e finanziari – che in parte erano già emersi nella crisi del 2008, e non soltanto ai loro effetti. Riscrivere assieme regole migliori è probabilmente l’imperativo fondamentale in tal senso anche dopo la fase più acuta della pandemia del 2020.






Imprese italiane e mercato cinese
26/05/2020

Alberto Bombassei
Presidente, Brembo