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Bentornati a Babele. Convivere e crescere fra diversi

Venezia, 13/10/2017 - 15/10/2017, Aspen Seminars for Leaders

Non è solo finanziaria ed economica la crisi del Vecchio Continente. Il rischio è che diventi sistemica. In un tempo molto breve si è avuta una grande intensità di cambiamento: come mai nella Storia. Vecchie diversità si accentuano, nuove entrano in gioco, acuite dalla crisi. E tutte hanno difficoltà ad essere assorbite, fino a quando poi ad avere la meglio è l’uniformità. Che è ben lontana dalla tolleranza e dal dialogo tra diversi, da sempre la “Grund Norm” dell’Europa. L’uomo contemporaneo si è trovato improvvisamente senza una guida ideologica e culturale, senza una definita visione del mondo. E senza più un’identità.

Molta è in tutto questo la palese responsabilità delle élites. Per non arrivare a considerare, dunque, irreversibile l’autunno dell’Occidente - e per uscire dalla Babele contemporanea- è necessario tornare alla forza dei valori, rimodulando diritti e doveri. Serve allora una grande capacità di dialogo che, pur nella diversità, trovi una sintesi delle grandi esperienze religiose e culturali europee quali la tradizione giudaico–cristiana e quella islamica. Va ritrovata l’identità di una nazione e di un continente, perché è proprio un’identità correttamente assunta alla base dell’incontro. Se è vero che le identità possono essere multiple, è anche vero che la complessità va articolata, evitando ogni omologazione e compromesso al ribasso.

Non di rado però nell’era della morte delle ideologie il confronto diventa sfogo emotivo: troppa emozione, nessuna visione. Nella Babele dei nostri giorni è il diritto, la norma, la legge che fa convivere le diversità. E la complessità va soprattutto capita: cosa che non si è fatto prima di Brexit, e che sembra difficile fare anche adesso nel corso dei negoziati tra il Regno Unito e l’Unione Europea.

Che le diversità arricchiscano è un concetto che facilmente viene acquisito quando si parla di tecnologia. Più difficile farlo accettare nelle periferie ghetto delle grandi metropoli. C’è stata infatti – e continua ad esistere - da parte dell’Europa una mancanza di governance del fenomeno migratorio e la rabbia e l’ostilità delle comunità riceventi. La diversità dipende anche dalla stratificazione sociale e da come viene percepita: e accade allora che, sociologicamente, il principio non riesce ad imporsi. Senza poi dimenticare il fatto che ormai 120 milioni di europei sono a rischio esclusione sociale e che andranno presumibilmente ad ingrossare le fila dei populisti.

In Italia – meta di sbarchi dai numeri esponenzialmente crescenti seppure recentemente meno imponenti – aumenta secondo alcuni l’urgenza di una sanatoria. Si è inoltre auspicato un ritorno alla gestione dei flussi e a politiche di pianificazione con selezione dell’immigrazione, privilegiando i paesi che collaborano alla gestione di flussi regolari. A fronte di un’entrata di lavoratori con low skills sarebbe opportuno passare “dalla fuga all’importazione dei cervelli".

Il fenomeno migratorio riporta ai fondamentali dell’economia reale perché è nel mondo del lavoro che avviene la vera integrazione. L’esempio viene dalla manifattura e per il distretto di Modena parlano le cifre: i lavoratori immigrati arrivano fino al 30 e 35% , un dato che dimostra la capacità di integrazione del modello. Che è vincente anche su tutti gli altri fronti: cinque costruttori importanti tra cui Ferrari, Maserati,Lamborghini, il coinvolgimento dell’Università, un indotto per 187 aziende, 120 milioni di fatturato, più di 3000 addetti, esportazioni al 20% con grandi potenzialità di crescita e un fabbisogno di ingegneri  di 380 l’anno.  

Da più parti è stato ribadito il ruolo centrale della formazione anche nel migliorare il rapporto tra domanda e offerta. Mancano ad esempio in Italia ingegneri navali, laddove l’indotto della cantieristica viene stimato intorno ad un miliardo di euro l’anno. Viene citato l’esempio tedesco dei dual studies - sponsorizzati dalle aziende - con presenza dei ragazzi sia nella scuola superiore sia nelle università. In futuro non si può pensare che la formazione rappresenti solo un costo, ma, come accade per la R& S, deve godere di sgravi fiscali. Molto è necessario lavorare anche sull’orientamento che dovrebbe iniziare dalla terza media. In sostanza la formazione deve diventare una materia di interesse nazionale.

Sicurezza, migrazioni, governabilità, formazione, lavoro e tutela dei diritti: gestire questa complessità crescente può essere possibile soltanto se c’è una tenuta della coesione sociale. Nell’affrontare il caos della Babele contemporanea sarebbe opportuno avere delle linee guida, un pensiero forte non omologato, ad esempio un ritorno al liberalismo, fondamento della civilizzazione europea. Un pensiero che si oppone ad alcune forme di assolutismo, soprattutto religioso, proprie del tempo contemporaneo: mantenere l’identità liberale significa combattere l’assolutismo, avere la tolleranza come valore e vivere da esseri liberi e solidali.

Liberi, e quindi tutti uguali, ma con il diritto ad essere diversi, esenti dalla paura che il confronto con “l’altro da sé ” può generare.  La diversità va gestita per evitare che diventi dirompente, ma la tutela della sicurezza non è solo top-down: ecco perché è stato proposto un nuovo patto, una sorta di joint venture tra politica, istituzioni e società civile che recuperi il fenomeno attuale di una sorta di emarginazione delle istituzioni da parte della politica.

Non saranno pochi gli shock cui si andrà incontro nel prossimo futuro, di fronte ai quali non tutti reagiscono razionalmente, scoprendosi molto vulnerabili. Servirà allora una guida, una sorta di direttore d’orchestra della nuova sinfonia, vale a dire una leadership politica con visione e cultura. E potrebbe anche essere utile “un’utopia sostenibile” - non circoscritta all’economia – ma estesa a politiche adeguate a creare la resilienza necessaria a superare tali shock. E allora – ci si è chiesti- perché non ripartire proprio dall’Agenda 2030 dell’ONU che, senza dimenticare i contributi della commissione Brundtland del 1987, offre una visione sistemica in cui il termine sostenibilità non ha solo la valenza ambientale, ma abbraccia diversi settori e propone una complessa, e al tempo stesso coerente, visione per il futuro.