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Assessing risk: business in global disorder

The Aspen Dialogue
Londra, 17/05/2018 - 18/05/2018, Conferenza Internazionale

L’aumento dei fattori di rischio politico – per numero e per intensità – è legato ad alcuni effetti negativi della globalizzazione: la percezione di crescenti diseguaglianze, la rapida introduzione di nuove tecnologie pervasive, il senso di una perdita di controllo sul destino degli Stati-nazione, il mutamento degli equilibri di potenza tra Stati. Siamo in una fase di mutamento sistemico a livello internazionale, cioè non soltanto degli equilibri ma delle stesse regole del gioco e dei modelli di sviluppo: ne deriva una tendenza a ricercare vantaggi “relativi” (con netti vincenti e perdenti) e di breve termine, invece che “assoluti” (cioè potenzialmente vantaggiosi per tutti i partecipanti) e di lungo periodo.

Il ciclo economico globale è in fase positiva, ma la volatilità è in aumento – per ragioni finanziarie (compreso il forte indebitamento di molte grandi economie), commerciali (comprese le spinte protezionistiche in un contesto di catene del valore complesse), ed energetiche (con un’incerta transizione in atto in termini di fonti). Variabili politiche ed economiche si intrecciano e possono rafforzarsi a vicenda, innescando dinamiche negative se declina al contempo la fiducia complessiva dei cittadini nell’efficacia delle formule proposte dalle elites democratiche, e infine nelle stesse istituzioni democratico-liberali di mercato. Il paradosso è che le soluzioni ricercate sono su scala nazionale o perfino sub-nazionale, ma la scala dei problemi da affrontare è globale e il grado di interdipendenza è più alto che in passato – anche per i blocchi economici più grandi.

Le sfide tecnologiche sono direttamente connesse alle enormi opportunità offerte dalla digitalizzazione, ed è ben noto che i salti tecnologici causono effetti indesiderati e forme di “disruption” almeno temporanee e spesso concentrate in alcuni settori più vulnerabili della società. I governi devono certamente legiferare e mettere ordine nel tumultuoso campo dei network digitali, ma trovando un punto di equilibrio che salvaguardi la libertà di iniziativa privata ed eviti strumenti come la censura. Non è chiaro, in tal senso, se le società aperte e liberali abbiano un vantaggio o invece uno svantaggio competitivo rispetto a quelle autoritarie: in ogni caso il loro modus operandi resterà diverso e stanno intanto emergendo approcci originali alle nuove tecnologie, in Paesi come Cina e forse India. Le implicazioni di sicurezza sono comunque evidenti, e il settore cyber è già centrale nella pianificazione di difesa dei governi come anche nelle misure di sicurezza delle maggiori aziende.

Il settore finanziario è direttamente investito dalle ondate di cambiamenti tecnologici in corso, che contribuiscono ulteriormente alla volatilità: i modelli previsionali sono poco affidabili e tendono a sottostimare le variabili politiche (in parte perché è difficile quantificarle) ma anche i dati strutturali rispetto agli epsodi di breve periodo. Alcuni squilibri finanziari sono peraltro un riflesso naturale dei grandi flussi commerciali – per cui i surplus vengono investiti nelle economie in deficit. In tal senso, è oggetto di interpetrazioni molto diverse il tentativo di ridurre gli squilibri con inziative diplomatiche e varie forme di pressione, fino a dazi e tariffe.

Un capitolo a parte – ma di crescente rilevanza –è quello dell’uso frequente di sanzioni economiche a danno di Paesi come Russia e Iran, che – pur avendo finora ottenuto risultati tangibili piuttosto limitati –  influisce sui rapporti tra alleati, e recentemente in modo specifico sui prezzi energetici dopo un periodo di relativa stabilità su livelli contenuti. Un uso estensivo di questo strumento, soprattutto se accoppiato a forti tensioni commerciali e all’abbandono di vari fori multilaterali, può spingere altri attori – compresi gli europei – a cercare soluzioni che prescindano dal dollaro e comunque escludano gli Stati Uniti. Si intravedono già alcuni segnali in questa direzione.

In chiave più tradizionalmente geopolitica, il sistema internazionale si caratterizza anzitutto per la prevista crescita del peso della Cina in tutti i settori-chiave: il suo ruolo è destinato ad aumentare ancora, sebbene vi siano molte incertezze sulle modalità dell’ulteriore integrazione ed espansione cinese – in particolare alla luce di varie debolezze interne e del rapporto con gli Stati Uniti in Asia. La Russia pone una sfida assai diversa, agendo di fatto come potenza opportunistica in Medio oriente e sfruttando la leva energetica e politica in Europa. Nell’area mediorientale e parte di quella centroasiatica, anche Paesi come la Turchia hanno l’ambizione di inserisi nei possibili vuoti di potere, con risultati finora ambigui in presenza di gravi fratture regionali – in particolare quella tra Iran e Arabia Saudita.

In tutti questi quadranti l’evoluzione della politica estera americana costituisce un fattore di incertezza aggiuntivo, visto il ruolo del tutto speciale svolto dagli Stati Uniti fin dalla Seconda guerra mondiale e l’imprevedibilità che caratterizza le scelte di breve periodo dell’amministrazione Trump.

Il quadro globale corrisponde a una sorta di multipolarismo sbilanciato, con una persistente superiorità americana ma una capacità decrescente di dare vita a coalizioni solide e raggiungere obiettivi durevoli.

Brexit ha introdotto un elemento di ulteriore incertezza, a livello europeo ma anche transatlantico; certamente l’uscita della Gra Bretagna sottrae importanti risorse e capacità all’azione internazionale della UE. I negoziati in corso ancora non hanno risolto alcune questioni spinose, e mostrano che il quadro legale europeo (di cui Londra naturalmente non farà più parte) sarà un serio ostacolo alla collaborazione pragmatica in alcuni casi – nonostante la consapevolezza di entrambe le parti di un forte interesse a cooperare. Da un lato, i britannici devfono fare i conti con i costi, economici ma anche politici, del divorzio (e le implicazioni sulla coesione interna al paese); dall’altro i paesi-membri della UE non possono ignorare le spinte anti-establishment che colpiscono duramente anche il continente (e che hanno avuto un ruolo decisivo nella Brexit). Esiste in effetti un problema complessivo di consenso popolare per le politiche economiche e la visione del mondo incarnata dalla maggior parte delle elites tuttora al potere.