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Assessing risk: business in global disorder

International Dialogue
Venezia, 03/03/2017 - 04/03/2017, Conferenza Internazionale

Il quadro economico globale è caratterizzato da forte volatilità, con più strette connessioni e cicli più brevi che in passato. La forza trainante dei mercati emergenti ha subito un certo rallentamento mentre gli Stati Uniti sono usciti dalla crisi iniziata nel 2008 in condizioni migliori rispetto alle altre economie avanzate – in particolare all’Europa, che comunque è ritornata vicina al suo livello di crescita potenziale. Non è più corretto indicare le grandi economie emergenti come “periferiche” nel sistema mondiale, visto che alcune di esse – certamente quella cinese – sono ormai fortemente integrate in molti mercati regionali e nelle supply chain. Sullo sfondo dell’incertezza di breve e medio termine si stanno consolidando dei veri riassetti geopolitici e geoeconomici.

Un trend evidente – che precede l’amministrazione Trump – è il peso decrescente del commercio globale rispetto al PIL globale, a seguito di vincoli (spesso ostacoli e incoerenze di tipo regolatorio) imposti alla libera circolazione di beni e servizi.

I maggiori rischi e le maggiori incertezze di difficile valutazione per pianificare le policy vengono dal continuo e rapido mutamento tecnologico, dalle ineguaglianze e dai feedback sociali e politici che ne derivano – soprattutto il nazionalismo economico e il protezionismo.

Le scelte dell’amministrazione Trump aggiungono un elemento di incertezza ulteriore, con un “nazionalismo economico” che apre molti interrogativi – legati alle modalità con cui si vorrà aumentare la competitività e all’aumento della spesa pubblica, in particolare per le infrastrutture e la difesa.

Un’accelerazione del tasso di crescita – favorita dall’apparente entusiasmo di Wall Street – sarà decisiva per il successo di Donald Trump, con una combinazione di tagli fiscali e investimenti infrastrutturali. D’altra parte, l’agenda con cui ha raccolto finora consensi richiede benefici tangibili per i settori socio-economici più svantaggiati, un’operazione che a sua volta sembra passare attraverso il protezionismo commerciale. Inoltre, alcune misure annunciate dal presidente, soprattutto per il rientro dei capitali, tenderanno a rafforzare il dollaro, con effetti non positivi per vari comparti industriali e fasce di popolazione.

Si prevede invece maggiore continuità in politica estera – nonostante i molti dubbi generati dalle prime mosse internazionali – ma in ogni caso l’atteggiamento americano che in parte era già emerso sotto la presidenza Obama pone una sfida anzitutto all’Europa: la sicurezza continentale richiede una decisa assunzione diretta di responsabilità (con i relativi strumenti politici e militari) che ad oggi gli europei hanno evitato. I rapporti di Washington con l’Iran non saranno certo distesi, ma è presto per dire se vi sarà una vera svolta riguardo agli allineamenti regionali, soprattutto se prevarrà l’interesse a evitare eccessivi impegni diretti degli Stati Uniti nei conflitti locali. Quanto alla Russia, le ipotesi di un reale riavvicinamento o perfino di una grande intesa complessiva sono rapidamente rientrate, alla luce delle profonde differenze di interessi che permangono e della resistenza incontrata da Trump tra i membri-chiave del Partito Repubblicano (e perfino tra i suoi stessi più stretti consiglieri). 

La regione dove i rischi geopolitici sembrano più alti è quella asiatica, a cominciare dal rapporto Washington-Pechino (che potrebbe risentire direttamente di eventuali interventi protezionistici da parte americana). La nuova amministrazione si inserisce, infatti, in una fase delicata per la transizione economica in atto in Cina: nuove profonde riforme strutturali sono decisive anche perché la Cina possa assumere appieno un ruolo internazionale consono alle sue dimensioni e alle sue ambizioni storiche. Molte questioni restano però irrisolte, in parte per la riluttanza del governo a intervenire in modo deciso in chiave di liberalizzazione e di istituzionalizzazione della “rule of law”. Il Paese sta comunque trasformando parzialmente il suo modello di crescita, ma vi sono gravi fattori di vulnerabilità, legati soprattutto al debito pubblico e al settore finanziario nel suo complesso (con un’ eccessiva dipendenza della crescita dagli investimenti infrastrutturali). In questo quadro, peraltro, le autorità sono coscienti che una guerra commerciale sarebbe davvero disastrosa per le prospettive di sviluppo cinesi.

Il Medio Oriente rimane una regione caratterizzata dai gravi problemi di fondo, sia guardando agli assetti statuali che all’economia e alla società. Anche laddove l’instabilità delle “rivolte arabe” sembra superata, come in Egitto, sussistono condizioni socio-economiche che possono nuovamente scoppiare in forma conflittuale e violenta. Intanto, i movimenti radicali che ricorrono al terrorismo trovano spesso terreno fertile proprio nel contesto di debolezza (a dispetto dai caratteri spesso autoritari) e scarsa legittimità dei regimi al potere.

Mentre la regione è comunque terreno di competizione tra potenze esterne – con la Russia ormai stabilmente attiva in vari teatri (Libia compresa) – l’Europa è posta di fronte al dilemma di trovare forme di “engagement” costruttivo, vista la vicinanza geografica e gli evidenti rischi di contagio; finora sembra aver tentato piuttosto la strada di un generico “containment”, per la verità poco efficace.

Sul piano degli assetti interni, l’Europa sconta le contraddizioni e tensioni irrisolte che la crisi economica ha portato drammaticamente alla luce: in particolare, sono tuttora lontani la convergenza delle traiettorie di crescita e il superamento degli squilibri tra Paesi-membri. Sono necessari sia interventi a livello nazionale sia cambiamenti funzionali delle istituzioni comuni (quantomeno per rafforzare l’attuazione delle policy definite in modo consensuale). Il clima politico richiede in ogni caso un grande sforzo urgente per recuperare il sostegno di una larga porzione di cittadini, puntando a offrire soluzioni pragmatiche ai problemi concreti posti (seppure con ricette solitamente non efficaci o non lungimiranti) dai disparati movimenti “anti-establishment”.

È stato infine discusso il ruolo dei media come fattore trasversale in rapida trasformazione che influenza direttamente il dibattito politico e la formazione del consenso, in particolare nelle società occidentali. Tra media tradizionali e “social media” vi sono differenze sostanziali che impattano sul senso civico e sulla  comunicazione pubblica. Le responsabilità e le specifiche competenze del giornalismo professionale restano decisive per il sano esercizio dei diritti democratici, anche se le elites devono ascoltare con attenzione i segnali provenienti da tutte le reti su cui viaggiano informazioni e opinioni.