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Le donne dopo il femminismo. Il potere responsabile

Aspenia Talks
Roma, 23/01/2017, Aspenia
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È in atto una redistribuzione di ruoli e poteri fra donne e uomini, di cui l’elezione di Hillary Clinton, come presidente degli Stati Uniti, poteva rappresentare il sigillo. La proclamazione di Donald Trump, invece, per molti inaspettata, ha sparigliato le carte.

I dati parlano chiaro: le donne che terminano l’università con 110 e lode sono in maggioranza rispetto agli uomini, così come le ragazze che raggiungono voti più alti alle scuole superiori. Tuttavia il mercato del lavoro non le premia come dovrebbe. Stipendi più bassi, inferiorità numerica nei consigli d’amministrazione e pregiudizi sono tutte questioni ancora aperte: il “tetto di cristallo”, insomma, presenta qualche crepa, ma è lontano dal frantumarsi. Le soluzioni ci sono e spaziano dall’organizzazione aziendale al fisco, dall’abito giuridico a quello mediatico.

Sono stati presentati alcuni dati sulla presenza femminile nel mondo del lavoro: oggi in Italia le donne occupate rappresentano il 14% in meno rispetto agli altri paesi europei, a dispetto del fatto che un tasso di occupazione femminile più elevato comporterebbe una significativa crescita del Pil.

Per contare di più le donne devono avere più potere e la legge delle quote rosa -  in questa prospettiva -  è stata un successo: nel 2007 le donne presenti nei board delle aziende quotate rappresentavano il 5%, mentre oggi raggiungono quota 27%. Questo dimostra che laddove la moral suasion non funziona, e una situazione risulta molto sbilanciata, l’introduzione di distorsioni temporanee può produrre benefici significativi.

L’espansione dei diritti delle donne va di pari passo con la crescita economica e rende, a sua volta, le società ancora più dinamiche e competitive. E non a caso quando è iniziata la crisi economica, nei primi anni del Duemila, anche l’avanzamento delle donne ha subito un rallentamento, in termini di progresso economico e dei diritti in campo lavorativo. Molto più degli uomini, le donne hanno il problema della conciliazione tra famiglia e lavoro: un aiuto in questo senso potrebbe venire da un’altra “distorsione temporanea”, ovvero la tassazione di genere. Secondo l'Istat, due terzi del carico della gestione domestica e familiare pesa sulle spalle delle donne e una tassazione vantaggiosa darebbe loro maggiore potere negoziale, oltre che economico.

Si può agire anche sul fronte dell’educazione, infrangendo i pregiudizi che allontanano le donne dagli studi scientifici e orientando le nuove generazioni alle lauree STEM (acronimo di Science, Technology, Engineering and Mathematics) che garantiscono un salario superiore del 33% rispetto ad altri indirizzi di studio. Altre possibili soluzioni arrivano da alcune best practices dell’organizzazione aziendale e della selezione delle risorse umane, come l’inclusione di 50% degli uomini e 50% delle donne nelle short list. Si rende necessario, dunque, lavorare sull’inclusione, a tutti i livelli dell'azienda, e sviluppare nuove modalità di leadership diffusa. Formare a una nuova cultura della responsabilità, che va individuata non solo nella figura dell'amministratore delegato o in altri ruoli apicali, ma anche nei livelli intermedi.

Naturalmente nessun cambiamento è possibile senza un mutamento di rotta nella sfera valoriale. E la maturazione antropologico-culturale passa inevitabilmente attraverso la narrazione che della donna fanno i mass media e l’industria culturale del paese. Se per alcuni, fiction, film e letteratura devono assolvere uno scopo pedagogico, per altri solo la famiglia – una famiglia caratterizzata da una relazione matura fra pari e da un’equa divisione dei ruoli sociali, lavorativi e di potere economico – rappresenta un’agenzia formativa valida per le opinioni e i valori delle generazioni future.