Lo spostamento degli equilibri geopolitici internazionali e la nuova centralità dell’Indo-Pacifico portano l’India a rivestire un ruolo sempre più centrale nelle vicende globali: il Paese non è solo una potenza demografica, ma la più popolosa democrazia del mondo e un aspirante leader in una regione cruciale. In questo quadro, l’India si è progressivamente distanziata dal suo tradizionale non-allineamento verso una politica di multi-allineamento, basata su partnership mirate con una molteplicità di attori. Gli Stati Uniti emergono come il principale alleato strategico, grazie al comune obiettivo di bilanciare l’ascesa cinese, con una cooperazione tecnologica incentrata su intelligenza artificiale e semiconduttori e rafforzata dal dialogo quadrilaterale di sicurezza (QUAD). Eppure, questa stretta cooperazione non si traduce in un’alleanza militare: l’India mantiene buone relazioni con la Russia come contrappeso essenziale nelle tensioni con Pechino, e coltiva legami significativi con Arabia Saudita ed Emirati Arabi nell’ambito di una strategia di investimenti che ne consolida il posizionamento in Medio Oriente.
Del resto, la sicurezza ha cessato di essere una questione regionale per diventare globale: le perturbazioni nell’Indo-Pacifico si trasmettono all’area euro-atlantica e viceversa, mentre la moltiplicazione dei conflitti attivi, le tensioni sulle rotte marittime dal Golfo Persico al Mar Rosso, e il crescente ricorso ai dazi come strumento di politica estera stanno ridisegnando alleanze consolidate. La ricerca di partner affidabili e prevedibili si impone, quindi, come priorità strategica.
In questo contesto si inserisce il progetto del Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC), che la guerra nel Golfo non ha reso obsoleto ma, al contrario, ha fatto diventare ancora più urgente. La dipendenza da un’unica rotta commerciale rappresenta, infatti, un rischio sistemico: la diversificazione delle connettività fisiche, energetiche e digitali è una necessità che nessuno dei paesi coinvolti può permettersi di rimandare.
L’Italia, collocandosi idealmente come terminale europeo del corridoio e disponendo del sistema portuale più articolato del Mediterraneo, ha un interesse diretto e una responsabilità specifica nel portare avanti questa agenda. Diversi sono i punti di partenza per sviluppare le relazioni bilateriali. La cooperazione navale fra i due Paesi, ad esempio, ha radici profonde — dalla cantieristica ai sistemi di guerra elettronica — e presenta un potenziale di crescita ancora in larga parte inespresso: esercitazioni congiunte, scambi di formazione e collaborazione industria-ricerca rappresentano ambiti in cui è possibile e urgente un salto di scala. Nel campo delle infrastrutture digitali, invece, il cavo sottomarino che unisce Mumbai a Genova dimostra che la connettività italo-indiana è una realtà già esistente che può essere ulteriormente sviluppata.
Il recente accordo di libero scambio tra India e Unione europea rappresenta un vero cambio di paradigma. Coprendo la quasi totalità degli scambi bilaterali per valore, può aprire spazi significativi per investimenti in entrambe le direzioni, favorendo in particolare i settori nei quali l’Italia esprime leadership industriale ed elevato valore aggiunto: macchinari, componentistica, chimico-farmaceutico, agroalimentare di qualità. In tale ambito, è importante notare che l’economia italiana e quella indiana sono strutturalmente complementari: l’India offre scala, forza lavoro qualificata e un mercato interno in rapida espansione mentre l’Italia offre eccellenza manifatturiera, design, tecnologie di precisione e un tessuto di piccole e medie imprese con competenze difficilmente replicabili. Trasformare questa complementarità in catene del valore integrate — attraverso joint-ventures, co-sviluppo e co-produzione — è la sfida che l’accordo commerciale rende strutturalmente perseguibile. La crescita di una classe media indiana con capacità di spesa in settori di qualità e lusso in cui il made in Italy mantiene un vantaggio competitivo consolidato è un ulteriore elemento strategico per le relazioni commerciali fra i due Paesi.
Perché questa convergenza di interessi si traduca in risultati concreti è necessario, tuttavia, che la relazione bilaterale evolva simultaneamente su più piani. Sul versante industriale, occorre intensificare le missioni settoriali mirate e favorire il contatto diretto tra PMI, fondi di investimento e istituti finanziari dei due Paesi. Sul versante della sicurezza delle forniture, la cooperazione sulle materie prime critiche e sulle terre rare — ambito in cui sia Italia che India registrano dipendenze significative da fornitori terzi — offre un terreno di lavoro comune. L’importanza delle prospettive economiche e commerciali non deve far dimenticare, infine, la rilevanza della partnership culturale: il rafforzamento degli scambi tra università, centri di ricerca e think tank è condizione necessaria per costruire una comprensione reciproca che vada oltre le percezioni stereotipate e riesca a costruire questa partnership su basi solide e durature. I buoni rapporti personali tra i rispettivi governi offrono oggi una finestra di opportunità che sarebbe imprudente non cogliere: in un contesto di crescente competizione globale e ridefinizione delle alleanze internazionali, consolidare la relazione italo-indiana non è un obiettivo tattico, ma un investimento strategico di lungo periodo.


