Nel quadro delle proprie iniziative per la promozione del progresso scientifico e delle relazioni transatlantiche, Aspen Institute Italia ha istituito nel 2016 un premio annuale che onora una ricerca frutto della collaborazione tra organizzazioni di ricerca italiane e degli Stati Uniti.
L’undicesima edizione del Premio è stata attribuita a una scoperta sui meccanismi di generazione in laboratorio delle cellule staminali, che apre nuove prospettive per la cura di malattie genetiche ed oncologiche. Le organizzazioni scientifiche protagoniste dello studio sono l’Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica di Milano e la Scuola di Medicina dell’Ospedale Mount Sinai di New York.
La Cerimonia è stata l’occasione per promuovere un dibattito sulla medicina del futuro, e per una riflessione su ricerca, prevenzione e cura. Nei paesi occidentali il futuro della medicina è condizionato da tre fattori. Il primo è l’inverno demografico e invecchiamento della popolazione, con una maggiore domanda di cura per patologie degenerative, che implicano importanti costi sociali e familiari. Il secondo è la conseguente difficile sostenibilità del welfare state. Il terzo fattore, che l’incontro intende valorizzare, è il progresso scientifico, interessato da grandi sfide etiche inclusa quella derivante dall’adozione dell’intelligenza artificiale.
Su quest’ultimo aspetto è stato ricordato il pacchetto attuativo in materia di intelligenza artificiale approvato il 10 giugno 2026 dal Consiglio dei Ministri, che pone l’Italia all’avanguardia in Europa, con il primo quadro normativo nazionale e pienamente coerente con l’AI Act europeo. L’approccio è promuovere l’innovazione, ma governarla dentro una cornice antropocentrica: l’IA può sostenere decisioni, servizi, formazione e competitività, ma non sostituire la responsabilità umana né comprimere i diritti fondamentali. Per l’applicazione dell’IA alla ricerca medica, in Italia vi sono eccellenti risorse di calcolo scientifico, supercomputer, che potranno – ci si augura – essere risorsa per la collaborazione con gli Stati Uniti, motori di una grande spinta all’industrializzazione di prodotto. La bioinformatica, l’incontro fra biologia e capacità computazionale e interpretativa, sarà infatti centrale per la medicina del futuro e la terapia. Ci si domanda quali siano i rischi di un uso potenziale dei dati e dei prodotti oltre gli scopi terapeutici.
La medicina tende a essere più globale nella ricerca e nell’approccio terapeutico (si pensi, ad esempio, alle applicazioni senza frontiere di telechirurgia e telemedicina), veloce (l’esempio della rapidità nella disponibilità di vaccini per il Covid), predittiva e personalizzata. La medicina di precisione sarà a misura del paziente, con un potenziale ritorno alla medicina olistica. L’auspicio è che il progresso scientifico e tecnologico possa generare una medicina non per pochi e di pochi.
Sul fronte della produzione si assiste, tuttavia, a una de-globalizzazione, a una crescente competizione fra Europa e Stati Uniti e Cina, come nel settore farmaceutico. L’Europa è in difficoltà: il valore del settore farmaceutico degli Stati Uniti è doppio rispetto a quello europeo, con una scala che genera un effetto attrazione per la disponibilità sia di una migliore e maggiore offerta di capitali che di ampiezza del mercato. Nei ventisette sistemi sanitari europei tra l’approvazione di un nuovo farmaco e la sua disponibilità sul mercato passano in media seicento giorni. Serve dunque creare un sistema efficiente, superare le frammentazioni geografiche e burocratiche. La sanità deve essere considerata un investimento strategico e non un costo. Si deve usare con capacità strategica la leva della proprietà intellettuale.
Un’altra sfida è come ridurre e colmare lo spazio che separa la ricerca di base dalla ricerca clinica e quindi alla sua applicazione diffusa. Ad esempio, la conoscenza del funzionamento del cervello è ancora superficiale. La salute mentale, le malattie dell’invecchiamento e le malattie degenerative non hanno ancora una adeguata risposta, mentre le cure hanno un effetto limitato. Serve accelerare il collegamento tra ricerca di base e sviluppo di nuove terapie. Per quanto riguarda ricerca di base è stato proposto di investire su prototipi di vaccini, costruendo prototipi vaccinali adattabili velocemente ai casi di patologie o epidemie che si dovranno affrontare.
Nonostante recenti limitazioni, la collaborazione internazionale nel campo scientifico resta un caposaldo. Anche in Europa la ricerca ha ancora un carattere nazionale: nonostante sia finanziata dall’UE, non si è creata una ricerca europea. Collaborare consente di raggiungere, a parità di risorse, obiettivi condivisi più importanti in modo più rapido, rafforzando i rapporti fra i Paesi. Negli Stati Uniti operano quindicimila ricercatori italiani e i docenti italiani nelle università americane sono aumentati mediamente del 6% l’anno nell’ultimo decennio. Queste persone sono la più importante rete di “ambasciatori” della “diplomazia scientifica” che valorizza le relazioni fra Italia e Stati Uniti, promuovendo con il linguaggio universale della ricerca nuove alleanze e progetti. Con l’auspicio che le due sponde dell’Atlantico siano le due ali per il progresso scientifico, la salute e una prosperità condivisa.


