Per decenni ci si è chiesti come proteggere l’essere umano dalle macchine; oggi si comincia a discutere se non occorra proteggere le macchine dagli esseri umani. L’enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV interviene nel dibattito, escludendo che l’intelligenza artificiale possa possedere una coscienza morale paragonabile a quella umana. La domanda di fondo però è un’altra: che cosa accade alla condizione umana quando le tecnologie non si limitano ad assistere l’individuo, ma diventano parte delle sue capacità cognitive, fisiche e decisionali? E quali margini restano per orientare questa evoluzione, anziché limitarsi a osservarla?
Un primo tema da affrontare è la necessità di superare la contrapposizione, ricorrente nel dibattito pubblico, tra estinzione ed estensione dell’umano. I confini tracciati dalla cultura tra vita, intelligenza e tecnologia appaiono sempre meno solidi. L’intelligenza, tradizionalmente pensata come facoltà individuale, si rivela un fenomeno distribuito su scala planetaria, che richiede reti di sensori, satelliti, centri di calcolo e le risorse materiali del pianeta. Ne derivano scenari in parte già in atto: un’intelligenza abbondante e condivisa, un’economia in cui le macchine diventano attori, la trasformazione del corpo, l’ipotesi di una specie multiplanetaria. Essi incidono sul lavoro prima ancora che sulle competenze: il programmatore che orchestra agenti anziché scrivere codice non acquisisce una nuova abilità, assume un ruolo diverso.
Che le capacità umane si estendano non significa, però, che l’estensione sia alla portata di tutti. L’umanità ibrida non nasce quando una tecnologia diventa possibile, ma quando la si rende sostenibile, regolata e accessibile. Si pensi, ad esempio, alla realizzazione di esoscheletri, capaci di interpretare i segnali bioelettrici associati all’intenzione di muoversi e di rendere così il corpo un’interfaccia. La diffusione di dispositivi simili non dipende dall’efficacia della tecnologia, ma da scelte di altra natura: presidiare l’intera filiera, dalla sperimentazione clinica al rimborso; diversificare gli impieghi tra assistenza, cura e lavoro; ottenere coperture dal sistema sanitario pubblico. L’accesso ad applicazioni innovative, insomma, dipende da chi è disposto a finanziare la tecnologia e a quali condizioni.
La medicina offre la misura di quanto il processo di ibridazione fra persone e tecnologia sia avanzato. È il caso della cardiochirurgia, in cui il profilo genetico e la simulazione dei flussi sanguigni già orientano la valutazione del rischio, mentre i gemelli digitali del paziente consentono di pianificare interventi mininvasivi e di esercitarsi su modelli virtuali. Intanto i robot guidati dalle immagini radiologiche sono in grado di posizionare protesi valvolari con grande precisione, con esperienze di frontiera che hanno reso possibili tali interventi anche a distanza. Le conseguenze sono immediate, non solo sui pazienti ma anche sui chirurghi: si può restituire tempo alla relazione con il paziente e rendere la professione medica più sostenibile e appetibile per le nuove generazioni.
Eppure, più la macchina interviene, più diventa necessario stabilire chi sia l’autore dell’azione. Le neuroscienze consentono di misurare il senso di agency, cioè la percezione di essere in controllo di ciò che accade. Diversi esperimenti mostrano che lo stesso robot viene percepito come macchina o come agente a seconda della relazione instaurata con il partecipante, e che esiste un livello ottimale di automazione, oltre il quale subentrano disimpegno e perdita di apprendimento. Chi si sente in controllo investe più sforzo, e lo sforzo genera competenze e pensiero critico. Per la scuola ne discende un’indicazione precisa: affrontare i problemi prima di interrogare la macchina e rielaborare con parole proprie i risultati. La nozione stessa di agency può essere messa in discussione: se l’azione si distribuisce tra persone e sistemi, vanno ripensate anche le categorie di individuo, autonomia e responsabilità su cui si fondano i contratti sociali. È prevedibile un’espansione del contenzioso sulla responsabilità dei sistemi automatizzati, con un dato giuridico rilevante: nei modelli attuali l’intelligenza artificiale non è un soggetto di diritto, e le conseguenze civili e penali ricadono su persone fisiche o giuridiche.
Il dualismo tra uomo e tecnologia può essere contestato anche sul piano ontologico: se la tecnologia è un qualsiasi insieme di strumenti che svolge un processo, l’essere umano è tecnologia da sempre. Ne scaturisce una distinzione netta tra generazione, che ricombina statisticamente l’esistente, e creazione, che immagina ciò che non esiste.
Infine, la crescente concentrazione del potere in oligarchie della rete, che sommano finanza e tecnologia, pone una questione di sovranità che si riflette anche sull’organizzazione spaziale della vita umana. Le città progettate fin dall’origine insieme all’intelligenza artificiale, sia nelle ricostruzioni postbelliche sia nei nuovi insediamenti, collocano la cybersicurezza nelle fondamenta: ma chi costruisce l’infrastruttura non sempre appartiene alla comunità che la abita.


