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La competitività del Nord-Est nel nuovo scenario geopolitico ed economico

  • Crocetta del Montello
  • 11 Maggio 2026

        Il Nord Est italiano è a un crocevia. Polo manifatturiero integrato nelle catene del valore europee, hub logistico proiettato verso il Mediterraneo allargato e potenziale porta d’accesso privilegiata al corridoio IMEC che collega India, Medio Oriente ed Europa: la regione dispone di una collocazione strategica. Eppure, questa vocazione all’apertura la espone in modo diretto alle turbolenze di un ordine internazionale in rapida ridefinizione, in cui le certezze della globalizzazione cedono spazio a un quadro più frammentato e competitivo. L’export, forte di un peso superiore rispetto alla media italiana, sembra avere raggiunto il suo picco e mostra segnali negativi dal 2022; le previsioni di crescita per il 2026 sono deboli e non scongiurano un rischio di recessione in caso di prolungamento del conflitto in Medio Oriente. L’analisi comparativa con le regioni europee di riferimento rivela un dato ulteriormente preoccupante: la competitività del Veneto è stata generata in larga misura dalla compressione del costo del lavoro, una leva ormai esaurita. La resilienza dimostrata in passato è una risorsa reale, ma non sufficiente: serve un cambio di paradigma.

        Le sfide del Nord Est si inseriscono in quelle più profonde che devono essere affrontate a livello nazionale ed europeo per quanto riguarda energia, demografia, innovazione tecnologica e posizionamento geopolitico. Sono tutte questioni che offrono una finestra temporale limitata e che hanno bisogno di scelte strategiche, impossibili da compiere in modo frammentato.

        Il primo vincolo trasversale riguarda la demografia. Il Vecchio Continente è sempre più tale e conta oggi 99 milioni di ultrasessantacinquenni che fra trent’anni diventeranno 131 milioni, rispetto a 76 milioni di under 20. Tale dinamica ha pesanti conseguenze economiche: minore propensione agli investimenti, contrazione della popolazione attiva, pressione sui sistemi di welfare. Le politiche di sostegno alla natalità rimangono necessarie ma insufficienti nel breve periodo; devono perciò essere combinate con un’efficace gestione dei flussi migratori, accompagnata da strumenti di integrazione, tra cui un ripensamento della cittadinanza come leva di coesione e crescita della popolazione giovanile. Accanto a queste misure, occorre adeguare i parametri della vita sociale ed economica, a cominciare dall’età pensionabile, all’allungamento dell’aspettativa di vita.

        La transizione energetica costituisce il secondo grande asse di trasformazione. Il mix energetico italiano resta dipendente dai combustibili fossili, con una quota crescente di rinnovabili che tuttavia sconta tempi di connessione alla rete ancora eccessivi. Raggiungere gli obiettivi al 2030 del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) — tra cui il raddoppio della capacità fotovoltaica a 80 gigawatt — richiede una semplificazione normativa radicale e investimenti consistenti in accumulo, a partire dalle batterie di grande scala. A tutto questo si affianca il dibattito sul nucleare di nuova generazione, con particolare attenzione ai piccoli reattori modulari (SMR) che presentano profili di sicurezza significativamente migliorati rispetto alle generazioni precedenti e garantiscono produzione costante di elettricità decarbonizzata. L’obiettivo può essere la costruzione di un portafoglio energetico equilibrato, che combini rinnovabili programmabili e non programmabili con una quota nucleare, per accelerare la transizione energetica e aumentare l’autonomia del paese. L’urgenza è reale: ogni anno di ritardo nelle decisioni si traduce in costi per le imprese e in dipendenza dalle fonti esterne, con ricadute dirette sulla competitività del sistema produttivo italiano, e in particolare delle zone ad alta densità manifatturiera come il Nord Est.

        La terza direttrice riguarda il rapporto tra manifattura, dati e intelligenza artificiale. Il made in Italy è a un punto di svolta: la trasformazione materiale, che ha costituito il cuore del modello dei distretti, non è più sufficiente per garantire la competitività futura. Il valore si sposta verso la capacità di codificare e sfruttare i dati di processo, addestrare algoritmi sulla cultura industriale italiana, integrare l’intelligenza artificiale nei sistemi produttivi. Questa transizione implica un cambiamento culturale oltre che tecnologico. Le imprese sono troppo spesso riluttanti ad adottare l’IA in assenza di benefici economici immediatamente percepibili, rischiando così di subire la trasformazione anziché guidarla. La sfida che il sistema produttivo affronta è quindi quella di passare da un made in Italy espressione del saper fare bene a un “made in Italy aumentato” che, accanto alle competenze produttive, porti in fabbrica la capacità di apprendere attraverso i dati e di trasformare questi dati in azioni che generano valore. In un tale quadro, la cybersicurezza non è un tema da sottovalutare: la dipendenza crescente da infrastrutture digitali espone infatti le organizzazioni a rischi sistemici che richiedono investimenti, competenze e normative adeguate a livello europeo. In parallelo sono necessarie politiche che abilitino la crescita economica: trattenere i talenti, costruire infrastrutture dati adeguate, rafforzare la collaborazione tra università e sistema produttivo sono i punti da cui partire.

        Per affrontare queste sfide e i loro molteplici impatti è necessario un ragionamento sulla governance e sui suoi livelli. Il livello europeo è quello che dovrebbe rispondere meglio alle esigenze di velocità e scala che i mutamenti in atto impongono. È in ambito comunitario che si devono costruire fattori abilitanti per lo sviluppo economico, a cominciare dalle infrastrutture tecnologiche capaci di garantire autonomia strategica. Tuttavia, il processo decisionale europeo rimane ancora inadeguato, rendendo l’UE un soggetto politico debole che rischia di diventare uno spazio di arbitraggio tra grandi potenze. Se l’Europa manca di politica industriale, anche l’Italia fatica a prendere una direzione coerente in questo campo, integrando efficacemente manifattura, energia, formazione e internazionalizzazione in una visione unitaria. Rimane quindi fondamentale un impegno che parta dal livello locale. Il Nord Est esprime una forza economica, una capacità imprenditoriale e un tessuto di competenze di rilievo, ma sconta una frammentazione amministrativa interna che ne riduce il peso decisionale. Aumentare la capacità di fare sistema rimane quindi una sfida cruciale: un’area che genera 200 miliardi di PIL e 80 miliardi di export può e deve far sentire la propria voce nei tavoli in cui si decidono le politiche che ne determineranno il futuro.