Le opere infrastrutturali sono da sempre una fondamentale piattaforma per lo sviluppo economico, ma nell’attuale contesto internazionale hanno acquisito un ruolo ancora più decisivo, sia come fattore abilitante della crescita sia come elemento di potenziale vulnerabilità. La “weaponizzazione” delle infrastrutture critiche e dei chokepoint (geografici e legati alle risorse strategiche) rende più acuta e pericolosa la competizione tra Stati, e assai più complesso il lavoro delle imprese per la gestione delle filiere produttive.





Nel caso delle infrastrutture europee, si aggiunge come fattore di complessità anche il quadro regolatorio (molto vincolante e articolato), insieme al rapporto tra governi e opinioni pubbliche soprattutto rispetto alle sensibilità ambientali e al ruolo delle comunità locali. Il contesto geoeconomico è comunque fortemente interdipendente e al contempo competitivo, rendendo la gestione, l’ampliamento e l’ammodernamento delle connessioni infrastrutturali ancora più importante che in passato per tutti i Paesi avanzati.
Su questo sfondo si inseriscono poi le innovazioni tecnologiche che consentono oggi alle grandi opere di essere disegnate e realizzate in modo più sicuro e sostenibile, oltre che monitorate e manutenute in modo più efficiente per il loro intero ciclo di vita. La tecnologia è centrale anche in un altro senso: il grande sviluppo in corso delle connessioni digitali poggia esso stesso su infrastrutture fisiche di notevoli dimensioni, con un forte impatto soprattutto in campo energetico.
Proprio per la loro natura di piattaforme abilitanti, le opere infrastrutturali vanno pianificate in un’ottica molto ampia e richiedono la capacità di ragionare in modo sistemico, con l’obiettivo di orientare investimenti che guardano necessariamente al medio e lungo termine: è questa la principale forma di “intelligenza delle infrastrutture”. Al di là del loro costo economico e dell’indotto sul mondo del lavoro, le connessioni sono indispensabili per far crescere gli scambi e garantire migliore accesso a risorse e opportunità per tutti i cittadini.
Per l’Italia, si tratta quindi di far emergere una visione del sistema Paese che vada dall’istruzione alla formazione professionale, fino alle competenze specialistiche. Del resto, la storia italiana del secolo scorso, che ha portato il Paese a diventare una potenza industriale, testimonia l’importanza di grandi scelte politiche di fondo per indirizzare lo sviluppo dell’intera società in modo costruttivo. Tra le lezioni del passato che si possono utilmente applicare al futuro c’è, inoltre, il miglioramento della qualità della vita che, nel caso dell’Italia, passa certamente anche per la tutela e la valorizzazione del patrimonio artistico e ambientale: qui, tecnologia, creatività e pianificazione ingegneristica devono lavorare in parallelo.




Nel settore energetico, stiamo assistendo a un progressivo ampliamento delle fonti, che si accompagna a un aumento dei punti di generazione e di accesso – un problema strategico su cui l’Italia sta arrivando con alcuni ritardi. Le reti di stoccaggio e distribuzione devono diventare vere smart grid per aumentare la flessibilità e la resilienza di fronte ad eventuali shock esterni. L’innovazione non è soltanto tecnologica, ma coinvolge i modelli di business e guarda oltre la manifattura verso una rete di servizi integrati.
Per andare in questa direzione si richiede programmazione strategica, cioè, di nuovo, una visione d’insieme e lungimirante che veda ad esempio i porti non solo come snodi da integrare con le vie di trasporto terrestri, ma anche come hub di produzione e raffinazione nonché come terminali. In ogni caso, la diversificazione delle fonti di approvvigionamento è vitale, e a sua volta dipende da infrastrutture ridondanti, vale a dire da un certo livello di sovraccapacità: il criterio del costo non è l’unico rilevante quando esistono anche gravi preoccupazioni di sicurezza delle forniture. E a livello europeo si stanno correggendo, con ritardo, gli errori compiuti nel concentrare gli sforzi quasi soltanto sulla sostenibilità ambientale a discapito della competitività e della sicurezza.




Su tutti questi temi la dimensione europea è in effetti centrale per l’Italia, sia in riferimento al mercato unico sia più ampiamente agli scambi con la regione mediterranea e con il resto del mondo attraverso connessioni in parte ancora da costruire. Le reti europee (TEN-T), su cui si sta lavorando con crescente impegno da almeno un decennio, sono direttamente collegate ai progetti di grandi corridoi intermodali, in particolare verso Est fino all’area indopacifica con il suo enorme potenziale di crescita. Rendere più interconnesso il mercato unico è comunque una strategia di resilienza oltre che di competitività, per mettere in condizione l’UE di reagire al meglio di fronte a eventi dirompenti e destabilizzanti sui mercati globali.
In termini di investimenti coordinati, è necessario rendere funzionali le partnership pubblico-privato per ridurre i gap esistenti e superare le strozzature che ancora frenano la crescita. Infrastrutture fisiche, digitalizzazione e telecomunicazioni vanno visti, in ogni caso, come un unico pacchetto di interventi.
La videonews dell’incontro realizzata da Webuild:


