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Piano Mattei e la formazione superiore come leva di cooperazione e sviluppo

  • Roma
  • 13 Maggio 2026

        Il Piano Mattei rappresenta la più rilevante iniziativa strategica dell’Italia per ridefinire il rapporto con l’Africa e con il bacino mediterraneo. Non è solo un programma di cooperazione economica, ma un tentativo di costruire una nuova architettura geopolitica fondata su reciprocità, corresponsabilità e sviluppo condiviso. In questo quadro, la formazione superiore – universitaria, tecnica e manageriale – è una leva decisiva, sia per sostenere la crescita dei Paesi partner sia per rafforzare la competitività e la proiezione internazionale del sistema Italia.

        In uno scenario globale caratterizzato da crescente competizione, la formazione non può più essere considerata un elemento accessorio. È la vera infrastruttura strategica delle nazioni: abilita innovazione, produttività, stabilità istituzionale e coesione sociale. Il Piano Mattei assume dunque una valenza culturale oltre che politica, perché propone di superare la logica assistenziale impostando un rapporto paritario, capace di valorizzare il capitale umano africano attraverso investimenti mirati in competenze tecnico-scientifiche e managerialità. Questa impostazione si collega direttamente al concetto di soft power: la diplomazia accademica e scientifica è uno strumento potente e durevole, poiché crea reti di fiducia tra università, istituzioni e imprese, spesso più resistenti della diplomazia tradizionale. L’Italia, in questo contesto, può giocare un ruolo naturale di “cerniera” tra continenti, grazie alla sua posizione geografica, alla storia mediterranea e alla tradizione culturale.

        Un punto centrale è la consapevolezza che l’Africa, pur avendo necessità di infrastrutture fisiche, ha un bisogno ancora maggiore di formare il proprio capitale umano. Entro il 2030, circa il 40% dei giovani del mondo vivrà nel continente africano, ed entro il 2050 si arriverà a un miliardo e mezzo di persone in età lavorativa. Tuttavia, la partecipazione all’educazione terziaria nell’Africa subsahariana resta sotto il 10%, mentre in Europa è intorno al 40%. È un divario, oltre che educativo, anche economico e geopolitico. Colmarlo significa contribuire a uno sviluppo più sostenibile riducendo squilibri che alimentano instabilità e migrazioni forzate. La formazione, inoltre, ha un impatto diretto sulla demografia: l’aumento dell’istruzione e dello sviluppo economico tende a ridurre il tasso di natalità e favorisce traiettorie di crescita più equilibrate. In quest’ottica, investire nella formazione in Africa è anche prevenzione strategica e costruzione di stabilità regionale.

        Allo stesso tempo, l’Italia vive un processo opposto: denatalità e riduzione della domanda interna di formazione avranno conseguenze significative sulle università nei prossimi anni, rendendo urgente l’apertura del sistema formativo italiano ai mercati internazionali. Il Piano Mattei, con risorse consistenti e indirizzi politici chiari, può diventare il quadro entro cui ripensare questa internazionalizzazione, rafforzando corsi in lingua inglese (e francese), programmi con doppio titolo e percorsi di mobilità. Non va trascurata la possibilità di offrire anche corsi in italiano, considerando la buona diffusione della lingua nel continente. In questo scenario assumono un ruolo cruciale le università telematiche, nate con l’obiettivo di ampliare l’accesso alla conoscenza abbattendo barriere logistiche ed economiche. La costruzione di modelli transnazionali scalabili richiede standard rigorosi di qualità, trasparenza e credibilità, affinché la formazione online non venga percepita come una soluzione di qualità inferiore.

        Accanto al mondo universitario, è decisivo il coinvolgimento di imprese e associazioni industriali. Il Piano Mattei può catalizzare iniziative oggi frammentate, creando un coordinamento tra percorsi formativi, investimenti produttivi e fabbisogni occupazionali. Il tema è duplice: da un lato formare competenze che servano allo sviluppo locale nei Paesi partner; dall’altro rispondere alla carenza di manodopera qualificata in Italia. La chiave è costruire un modello win-win, evitando la percezione di neocolonialismo e garantendo bilateralità.

        In un tale quadro, gli ITS rappresentano una soluzione concreta al mismatch tra formazione e mercato del lavoro. La cooperazione con Paesi africani e mediterranei su percorsi tecnico-professionali, integrati con imprese e scuole, può contribuire sia a rafforzare i sistemi educativi locali sia a creare filiere di competenze compatibili con il tessuto produttivo italiano, soprattutto in settori come agricoltura sostenibile, energia, digitale, sanità, infrastrutture, IA e cybersicurezza. In particolare, l’agricoltura è un pilastro dell’economia africana: impiega circa il 40% della forza lavoro e contribuisce fino al 15% del PIL, spesso con produttività bassa e scarsa innovazione. Qui la formazione superiore e tecnica può diventare una leva di trasformazione profonda, creando modelli di impresa agroindustriale sostenibile e inclusiva, capaci di generare occupazione e sicurezza alimentare.

        Infine, va data importanza all’aspetto del monitoraggio. Il trasferimento di competenze deve essere accompagnato verso la creazione di progetti di sviluppo locale, opportunità imprenditoriali e percorsi di inserimento lavorativo. Anche l’eventuale migrazione verso l’Italia deve essere gestita con strumenti moderni, come la migrazione circolare, per consentire scambi di competenze senza svuotare i Paesi partner del loro capitale umano.

        In conclusione, il Piano Mattei può diventare una piattaforma stabile di cooperazione avanzata se saprà mettere al centro la formazione come infrastruttura strategica comune. Università, ITS, imprese e istituzioni devono operare come un unico ecosistema della conoscenza. Solo così l’Italia potrà contribuire alla crescita africana e mediterranea, rafforzando al contempo la propria competitività, la propria sicurezza e il proprio ruolo geopolitico nel mondo che cambia.