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Energia, innovazione, semplificazione

  • Roma
  • 17 Giugno 2026

        Energia, innovazione e semplificazione rappresentano tre dimensioni inscindibili di un’unica sfida sistemica che l’Italia e l’Europa sono chiamate ad affrontare in un contesto geopolitico ed economico profondamente cambiato.

        La crisi dello stretto di Hormuz ha riportato l’attenzione sulla fragilità strutturale del sistema energetico europeo e italiano, mettendo in evidenza come la transizione energetica non sia un processo sequenziale, con le fonti fossili progressivamente e ordinatamente sostituite da quelle rinnovabili. Storicamente, le transizioni energetiche durano decenni, e nel frattempo la dipendenza da combustibili fossili — e dalle rotte geografiche attraverso cui transitano — rimane strutturale: le strozzature geografiche sono diventate una nuova forma di vulnerabilità strategica che colpisce tanto le forniture di petrolio grezzo quanto il gas naturale liquefatto e i prodotti raffinati, con effetti a catena sull’industria, sull’agricoltura e sull’inflazione.

        Per l’Italia, questa vulnerabilità ha contorni precisi. Il gas rappresenta circa il 36% del mix energetico nazionale, ma oltre il 94% viene importato dall’estero. La manifattura italiana — che vale circa il 15% del PIL e oltre il 60% delle esportazioni — ha registrato nel 2026 una contrazione produttiva, con difficoltà particolari in settori come chimica, siderurgia e raffinazione, tutti ad alta intensità energetica. In questo quadro, la valorizzazione delle riserve domestiche di idrocarburi, laddove le infrastrutture esistono già, è stata indicata come una leva concreta e di rapida attuazione per ridurre la dipendenza e sostenere la competitività, senza per questo rinunciare agli obiettivi di decarbonizzazione.

        Un aspetto spesso sottovalutato della transizione energetica riguarda la dipendenza da materie prime critiche e terre rare, necessarie per pannelli solari, turbine eoliche, batterie e componenti tecnologici avanzati. In questo settore, la Cina esercita un controllo pressoché totale, non solo sulla produzione ma anche sulla raffinazione. Il rischio è che all’Europa, uscita dalla dipendenza energetica dalla Russia, si sostituisca una dipendenza tecnologica e materiale dalla Cina — con implicazioni che vanno oltre l’economia e toccano la sicurezza e la sovranità industriale. Lo stesso vale per i grandi componenti dell’eolico offshore, dove la penetrazione cinese sul mercato globale sta mettendo in difficoltà i produttori europei. A ciò si aggiunge il nesso sempre più stretto tra energia, dati e intelligenza artificiale: i data center e le infrastrutture di calcolo necessarie per sostenere la trasformazione digitale hanno fabbisogni energetici rilevanti, che richiedono pianificazione e visione di sistema.

        Sul fronte delle fonti rinnovabili, il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) fissa per l’Italia obiettivi ambiziosi: 79 GW di potenza fotovoltaica installata entro il 2030 — equivalenti ad appena lo 0,3% del territorio nazionale — e 94 GWh di nuovi accumuli energetici. I segnali dal mercato sono incoraggianti: la forte domanda registrata nella prima asta per la capacità di stoccaggio dimostra che tecnologie, competenze e capitali sono disponibili. Il vero ostacolo non è quindi la mancanza di risorse o di interesse, ma la lentezza dei processi autorizzativi e la frammentazione delle competenze tra livelli di governo.

        Un sistema energetico affidabile non può tuttavia affidarsi solo agli impianti rinnovabili. L’intermittenza delle fonti solari ed eoliche richiede infatti investimenti paralleli in accumulo, reti intelligenti e interconnessioni. In assenza di un’adeguata infrastruttura di rete e senza una fonte di base stabile, il sistema rimane però vulnerabile, come ha dimostrato il blackout che ha colpito la penisola iberica nell’aprile 2025. In questo contesto, anche il nucleare di nuova generazione può essere un’opzione meritevole di ricerca e approfondimento, quale possibile componente di un mix energetico diversificato e a basse emissioni.

        Su tutti questi temi, la qualità delle decisioni pubbliche dipende in modo determinante dalla disponibilità e dall’accessibilità dei dati – ambientali, climatici, energetici e territoriali – che non sono semplici archivi informativi, ma una vera infrastruttura strategica nazionale. In questo senso, le piattaforme di monitoraggio ambientale, i sistemi di osservazione satellitare del territorio, gli strumenti di prevenzione del dissesto idrogeologico e di gestione delle risorse idriche rappresentano un patrimonio che deve essere messo pienamente a disposizione dei decisori pubblici e privati.

        In un tale quadro, semplificare non significa ridurre le tutele ambientali, ma rendere i processi decisionali più efficaci, più trasparenti e più rapidi, attraverso la digitalizzazione e l’interoperabilità dei dati tra amministrazioni. Un nodo critico in questo senso è rappresentato dalla procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) che continua a generare incertezza. La recente giurisprudenza amministrativa ha individuato alcune aree di intervento prioritarie che, senza arretrare sulla tutela ambientale, garantiscano la certezza dei tempi dei procedimenti – condizione essenziale per l’attrattività degli investimenti nel sistema energetico italiano.

        La vera semplificazione trae origine dalla conoscenza: sapere quali sono le regole, chi decide e in quanto tempo è una condizione essenziale per attrarre investimenti e accompagnare la trasformazione del Paese. Oggi il rischio più grande non è prendere una decisione sbagliata: è arrivare tardi.

        La transizione energetica richiede non solo rigore scientifico, pragmatismo e capacità di valutare tutte le opzioni disponibili senza pregiudizi ideologici, ma anche – e soprattutto – collaborazione: tra istituzioni e imprese, tra ricerca e industria, tra pubblico e privato, tra livelli di governo. Solo agendo armonicamente sulle tre leve – energia, innovazione e semplificazione – sarà possibile procedere efficacemente nel perseguire la competitività, sicurezza e sostenibilità del Paese.