true
Versione Stampabile

Scienza, sostantivo femminile. Intervista a Luciana Vaccaro

Scienza, sostantivo femminile. Intervista a Luciana Vaccaro

25/02/2020

Luciana Vaccaro

Non è vero che gli uomini siano più portati delle donne per la matematica. E la scienza lo dimostra. Quello che bisogna fare però è intervenire durante l’infanzia, prima che il pregiudizio prenda forma, proponendo modelli positivi di donne che hanno avuto successo e soddisfazione personale nelle materie scientifiche. La pensa così Luciana Vaccaro, fisica con una carriera al CERN e oggi rettrice di HES-SO, una delle principali università di scienze applicate della Svizzera.

Come giudica il livello di formazione scientifica degli studenti italiani che vengono a studiare a HES-SO?

Credo che il sistema liceale offra un buon livello di preparazione, sia il liceo scientifico che quello classico. Io ho studiato fisica pur avendo in mano un diploma di maturità classica. Certo, qualche ora di matematica in più non mi avrebbe fatto male, anche se poi all’università non ho avuto grandi difficoltà. I laureati italiani sono in ogni caso eccellenti, con un livello culturale complessivo davvero notevole. Questa è la ragione del brain drain di cui l’Italia soffre. Ma temo che una circolazione a senso unico dei cervelli verso l’estero conduca di fatto ad un progressivo abbassamento del livello di preparazione accademica del Paese. Ecco perché bisogna intervenire. E subito. 

Esiste una disparità di genere che frena le ragazze nella scelta delle carriere scientifiche?

Esiste in Italia ed esiste in tutta Europa. Le donne italiane, però, reagiscono assumendo atteggiamenti di avanguardia. Quando sono entrata al CERN avevo 25 anni. Il direttore del Centro mi disse che le uniche donne presenti erano italiane, greche e spagnole. Questo perché per le donne del Sud l’emancipazione è passata e passa dall’istruzione. Molte carriere scientifiche sono viste ancora come un lavoro da uomini. Quindi se su 100 bravi studenti ho solo 10 ragazze, vuol dire che sto lasciando fuori almeno 40 donne di ottimo livello. Significa privarsi di talenti e perdere un vantaggio competitivo.

Da dove si può partire per invertire questa tendenza?

Credo sia fondamentale proporre modelli positivi e di successo. Se chiedete agli studenti chi è la scienziata più importante nell’ambito della fisica vi risponderanno probabilmente Marie Curie, dimenticando che è un’italiana, Fabiola Gianotti, a dirigere il CERN! Bisogna dunque sconfiggere gli stereotipi offrendo modelli di successo molto diversi. Samantha Cristoforetti ha un figlio, ma questo fatto non le ha impedito di raggiungere risultati importanti.

Mia madre, quando mi iscrissi a Fisica mi disse: “tu non ti sposerai mai”. É fondamentale invece dimostrare alle bambine che nella scienza potranno avere un futuro e che questo non significa privarsi di altri aspetti della vita. Gli studi scientifici dimostrano che nell’infanzia non esistono differenze neuronali capaci di dimostrare che i maschi sono più portati per la matematica delle femmine. Bisogna intervenire fin dalla tenera età per includere le bambine, prima che la struttura del pregiudizio entri nella loro testa. Per questo è cruciale un’alleanza fra scuola e università per far conoscere e avvicinare le più giovani a strumenti tecnici e scientifici importanti come il coding. Noi lo facciamo e abbiamo un’ottima risposta in termini di adesione.

Lei siede nell’Advisory Board del Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica. Il modello svizzero potrebbe essere utile all’Italia?

L’Italia ha scelto una strada diversa da quella del sistema svizzero. Gli Istituti Tecnici Superiori italiani si posizionano come istituti super-specializzati, mentre noi abbiamo una vocazione universitaria che include anche la ricerca. Credo che questa differenzia rispecchi la diversa struttura del percorso di studi che c’è fra Italia e Centro/Nord Europa. In Svizzera, come nei Paesi dell’Europa settentrionale e continentale, esiste una filiera secondaria di studi post-obbligatori che si basa sull’apprendistato. L’Italia deve colmare questo vuoto, e l’introduzione degli ITS è solo un fatto positivo.

Certo la Svizzera è ricca, e quando si è ricchi è più facile finanziare la ricerca. La Svizzera investe il 3,9% del PIL nella ricerca mentre l’Italia ha molto terreno da recuperare: con un 1,5% del PIL investito in formazione universitaria, ricerca compresa, siamo dietro a Paesi a noi vicini come Francia e Spagna che arrivano al 2,2%.

Un sistema così sotto-finanziato ha seri problemi. Vedo sicuramente alcuni miglioramenti nella valutazione per l’assegnazione di finanziamenti, ma è necessario fare uno sforzo ulteriore. Ricerca e Istruzione non sono una spesa, sono investimenti in capitale per il futuro. In questo il ruolo del settore pubblico è fondamentale e il sistema svizzero lo dimostra: la Svizzera è un paese di immigrati e il buon livello di formazione ha agito come strumento efficace di promozione sociale. Se il pubblico funziona, poi anche il privato investe più volentieri nel finanziamento dei progetti.

In Svizzera il Fondo nazionale offre circa un miliardo all’anno. Sono soldi pubblici, anche   se il Fondo è autonomo e le scelte sono fatte su base scientifica e competitiva. In Italia manca un fondo del genere e credo sia fondamentale introdurlo al più presto. Sia perché ha tempi di intervento e assegnazione compatibili con la velocità della ricerca, sia perché l’assenza di un attore di questo tipo impedisce al Paese di stringere partnership e accordi bilaterali con altri fondi nazionali. Il fondo svizzero cofinanzia progetti in Francia, Germania e Austria e non può farlo in Italia, dove invece bisogna lavorare solo con bandi europei.

 

 

Luciana Vaccaro, Dottore di Ricerca in Scienze presso l’EPFL – Ècole Polytechnique Fédérale de Lausanne, ha svolto i suoi studi a Napoli. Ha iniziato la sua carriera al CERN, prima di essere nominata Maître-assistante presso l’Institut de Microtechnique dell’Università di Neuchâtel. Nell’ottobre 2013 diventa rettrice di HES-SO, un’istituzione che conta oltre 21.000 studenti e 28 scuole attive in sei ambiti di ricerca e di didattica. Dal 2015 è membro dell’Advisory Board del Fonds National Suisse (FNS), mentre nell’ aprile 2019 è diventata Vice Presidente di Innosuisse, l’Agenzia svizzera per la promozione dell’innovazione.Non è vero che gli uomini siano più portati delle donne per la matematica. E la scienza lo dimostra. Quello che bisogna fare però è intervenire durante l’infanzia, prima che il pregiudizio prenda forma, proponendo modelli positivi di donne che hanno avuto successo e soddisfazione personale nelle materie scientifiche. La pensa così Luciana Vaccaro, fisica con una carriera al CERN e oggi rettrice di HES-SO, una delle principali università di scienze applicate della Svizzera.