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Pandemia, i rischi per pluralismo e libertà nelle società democratiche - Intervista a Giovanni Capoccia

Pandemia, i rischi per pluralismo e libertà nelle società democratiche - Intervista a Giovanni Capoccia

18/03/2020

Giovanni Capoccia

Le democrazie occidentali stanno dimostrando di avere gli strumenti per fronteggiare la diffusione dell’epidemia di coronavirus. Vero è, però, che in diversi Paesi dove le leadership hanno già mostrato una certa insofferenza per il pluralismo, la situazione di emergenza potrebbe rivelarsi l’occasione per erodere ulteriormente le libertà dei cittadini. Non va meglio nel Regno Unito, dove la tutela della salute pubblica sembra subordinata a questioni di economia e politica interna come l’hard Brexit. Il punto di vista di Giovanni Capoccia, professore di Politica comparata all’Università di Oxford.

Un sistema autoritario come quello cinese è più efficace, rispetto alle democrazie occidentali, nel fronteggiare lepidemia di Covid-19?  

In linea di principio non vi sono grandi differenze fra i sistemi autoritari e le democrazie quando si tratta della capacità di un governo nazionale di fronteggiare situazioni di estrema gravità, come la pandemia del Covid-19. Tutte le democrazie hanno la possibilità, attraverso diversi strumenti costituzionali, di dichiarare quello che di solito viene definito come “stato di emergenza”. In tali situazioni l’esecutivo è in grado di prendere provvedimenti straordinari in violazione delle libertà fondamentali e delle libertà economiche, in maniera non troppo diversa da quanto i governanti di un regime autoritario possono fare.

Come spiega la scelta ondivaga del governo britannico sul contrasto all’epidemia?  

È difficile sapere con esattezza quali siano i fattori che hanno pesato sulla strategia decisa dal governo britannico. Credo però che, più che agli aspetti di cultura politica, si debba guardare a fattori di più breve termine. La mia impressione è che il governo britannico abbia dato priorità alla necessità di salvaguardare l’economia il più possibile, anche per poter fare una hard Brexit a fine anno. L’iniziale scommessa sull’immunità di gregge, accompagnata dalla raccomandazione di auto-isolamento solo per le persone più vulnerabili, sembrava dipendere da questa linea. Come è noto, questa decisione è poi stata precipitosamente ritirata di fronte alle critiche di esperti internazionali e nazionali, in particolare di un team dell’Imperial College di Londra.

Il governo di Londra si è gradualmente avvicinato al tipo di misure prese dai paesi dell’Europa continentale, anche se con maggiore lentezza e riluttanza. Il 23 marzo sono state adottate, sempre con ritardo rispetto ad altri Paesi, misure di prevenzione sociale che, comunque, non fermano l’attività di industria e servizi ed è probabile che siano necessarie ulteriori misure restrittive.  

A dispetto della retorica spesso presente sulla stampa britannica, il sistema sanitario nazionale inglese è molto peggio attrezzato di quello del Nord Italia. Peraltro, secondo il Financial Times, nel nostro Paese è disponibile un numero di letti per terapia intensiva che è circa il doppio rispetto al Regno Unito. Le difficoltà aumenteranno e saranno accompagnate da un ulteriore inasprimento della retorica altisonante o nazionalista: i guai economici dovuti alla pandemia faranno sì che il governo britannico sarà probabilmente costretto ad estendere il periodo di transizione post-Brexit. Una decisione, questa, che Boris Johnson stesso aveva finora sempre enfaticamente escluso e che è invisa alla maggior parte dell’elettorato conservatore.

La pandemia imporrà una minore tutela della privacy e delle libertà personali? 

Durante una crisi di tale gravità molte libertà fondamentali sono destinate ad essere limitate e molti Paesi democratici sospenderanno o limiteranno le libertà costituzionali per brevi periodi e solo per quanto necessario, con chiare date di scadenza dei relativi decreti. Credo che questo accadrà nella maggior parte degli stati europei. Esistono poi Paesi in cui leader recentemente eletti hanno mostrato una chiara volontà di aumentare le prerogative dell’esecutivo e, al tempo stesso, hanno manifestato insofferenza per le istituzioni che garantiscono le libertà e il pluralismo quali l’indipendenza della magistratura e la libertà dei media: è possibile che la crisi offra l’occasione di erodere ulteriormente tali garanzie in Paesi come l’Ungheria, la Polonia, l’India, Turchia, e purtroppo anche negli Stati Uniti.

Come impattano le misure di contrasto, fra cui pesanti limitazioni alla circolazione, sul progetto europeo? 

La crisi del corona virus si è abbattuta sull’Europa in un momento in cui essa è stata oggetto crescente di contestazione popolare, con la crescita dei partiti anti-UE in molti stati membri e con la Brexit. L’Europa non ha strumenti istituzionali particolarmente forti per affrontare direttamente una crisi sanitaria internazionale. Le nuove élite politiche comunitarie sono al proverbiale bivio: per evitare un’ulteriore crisi, che potrebbe pregiudicare definitivamente il processo di integrazione,  i nuovi vertici UE devono dimostrare che l’Unione può fare la differenza per i cittadini europei nel fronteggiare la gravità della situazione. Positivo è stato l’attivismo della Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, mentre negativo è stato l’effetto delle gaffes e dei ritardi con cui, in un primo momento, la Presidente della BCE Christine Lagarde ha affrontato la situazione, tanto poi da indurre la stessa Lagarde ad un sostanziale cambio di rotta.   

Quali gli effetti avrà la crisi sul processo di globalizzazione e sulla stabilità delle democrazie occidentali?

È presto per prevedere gli effetti della crisi sull’economia mondiale, ma è certo che la crisi economica sarà più grave della crisi finanziaria del 2007-08 e imporrà strumenti di intervento economico e di cooperazione internazionale per attenuare le conseguenze politiche che potranno crearsi in tutte le democrazie occidentali.

 

 

Giovanni Capoccia insegna allUniversità di Oxford, dove è Fellow del Corpus Christi College e, dal 2006, è Professor of Comparative Politics nel Department of Politics and International Relations. Al centro della sua agenda di ricerca è la teoria delle istituzioni, che applica soprattutto allanalisi empirica dei processi di democratizzazione ed allo studio comparato dei regimi democratici.