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Battere il virus: il modello Asia - Intervista a Ludovico Ciferri

Battere il virus: il modello Asia - Intervista a Ludovico Ciferri

30/03/2020

L’Occidente dovrebbe guardare alle strategie e agli strumenti tecnologici usati da alcuni Paesi asiatici, Singapore, Corea del Sud, Taiwan che ad esempio è riuscita ad arginare i contagi senza fermare l’economia. Non va altrettanto bene in Giappone che non sembra all’avanguardia nell’affrontare la crisi. Ludovico Ciferri, presidente di Advanet, azienda giapponese specializzata nello sviluppo e produzione di computer miniaturizzati e professore all’International University of Japan interviene nuovamente (con dati al 29 marzo) sulla situazione asiatica.

I successi della lotta al virus in Asia: con quali vantaggi e quali costi?  

I dati che emergono dalle esperienze di queste regioni– se verranno confermati – mostrano per ora che misure drastiche, quando inserite in piani preventivi di contenimento del rischio come avviati in quest’area del mondo da diversi anni, possano ridurre in modo drastico le conseguenze di un’epidemia. Al 29 marzo, a Singapore 802 casi accertati, 2 morti su una popolazione di poco più di 5 milioni. A Taiwan 283 casi, 2 morti su una popolazione di quasi 25 milioni. In Corea del Sud 9.583 casi, 152 morti in una popolazione di 51 milioni. In Italia più di 90 mila casi con più di 10 mila morti a fronte di 60 milioni di abitanti.

Negli Stati Uniti, e siamo solo all’inizio, 125 mila casi, già più di 2 mila morti su quasi 330 milioni di abitanti. Al netto del sistema di definizione e conteggio dei casi, che potrebbero differire anche significativamente, le cifre mostrano differenze troppo abnormi per poter esser ascritte solo ad “errori statistici”. Esiste un tema di preparazione a questo tipo di rischio delle strutture, e forse della popolazione stessa, che d’ora in poi andrà considerato.

Altra riflessione va fatta invece quando la contrazione delle libertà individuali oggi rischia di portare all’adozione di tecniche che domani potrebbero trovare impieghi diversi da quelli della tutela della salute. Faccio due esempi fra i diversi che si sono visti recentemente: dotare i caschi della polizia locale di sistemi di misurazione della temperatura corporea a distanza, permettendo di individuare una persona con più di 38 di febbre sino a cinque metri di distanza; oppure, incrociare un sistema di identificazione facciale con accuratezza del 95% nonostante la presenza di mascherina sul viso alla base dati della polizia locale permettendo di processare 30 identità al secondo. Sono misure già adottate che vanno valutate con grande attenzione. I governi devono essere chiamati ad un uso responsabile delle tecnologie di sorveglianza durante l'attuale pandemia, altrimenti si rischia di esporre domani coloro che oggi sono già emarginati, a ulteriori rischi di regolamentazione, repressione e persecuzione delle loro attività, quando non della loro stessa vita.

Più in dettaglio?  

In Corea del Sud, dove pure ci sono stati alcuni focolai con moltissimi contagi la tecnologia è stata determinante, anche a spese della privacy. Innanzitutto in fase di diagnosi, adottando un sistema di controllo massivo su tutte le persone che potevano esser entrate in contatto con un caso conclamato. È stata messa in campo addirittura una strategia modello drive-through, in cui le persone venivano sottoposte a un triage come fossero in un drive-in statunitense. Sempre in Corea, l’altro aspetto importante è stata la ricostruzione dei movimenti. Secondo alcuni osservatori, rendendo disponibili– su un sito aperto al pubblico – gli spostamenti tracciabili (cellulari, carte di credito) dei primi contagiati si è fatto strame delle libertà personali. Ciò ha reso tuttavia accessibile l’informazione a tutti e sensibilizzato le persone a farsi proattivamente carico di valutare le possibilità di contatto con un contagiato. Si tratta di un’applicazione concreta dell’uso dei big data che è stata determinante.

Pure a Singapore, dove sembra a breve verrà elevato il livello del rischio a “rosso” – il più alto – chiudendo scuole ed università, si sono usati strumenti tecnologici, in questo caso anche per informare capillarmente via terminale mobile tutti i cittadini dell’avanzamento dell’epidemia, oltre che per tenere sotto controllo contagiati e persone in quarantena. Con sanzioni importanti in vari casi: ad esempio per chi violasse l’obbligo della quarantena domiciliare è prevista, nel caso sia straniero, una immediata espulsione e perdita del lavoro. Un abitante di Singapore rischia invece una pena detentiva sino a sei mesi.

È necessario invece a mio avviso tralasciare il caso della Cina continentale, sul quale ci vorrà tempo per capire cosa sia realmente successo: a dispetto della propaganda di oggi sulle buone notizie che giungono da quel Paese, sono infatti ancora troppe le zone d’ombra, ad esempio sul ritardo dell’adozione di misure a Wuhan, così come sulle attività industriali che nella città hanno continuato durante tutto l’embargo. Trovo interessante, invece, segnalare l’esperienza di Taiwan, nazione che ad oggi sembra aver gestito meglio il rischio epidemico. Adottando sin da fine gennaio un mix di misure frutto dell’esperienza pregressa con SARS e MERS, basate su moderate limitazioni delle libertà personali (fra cui il banale contingentamento della distribuzione delle mascherine) ed uso della tecnologia, si è riusciti a non fermare il Paese, una sorta di fabbrica del mondo le cui attività non potevano esser arrestate. Purtroppo, in Occidente si parla poco di quest’esperienza che sembra invece incoraggiante e andrebbe studiata per capire se possa diventare una blueprint.

Olimpiadi rimandate: che cosa sta accadendo in Giappone? 

Qui in Giappone abbiamo una situazione un po’ particolare. La mia impressione è che le autorità giapponesi, per vari motivi, abbiano deciso di mantenere un basso profilo sulla diffusione del virus. Alcuni capi di stato di Paesi occidentali sulle prime hanno ostentato sicurezza, quasi baldanza come se il virus non avrebbe potuto raggiungere il loro Paese, salvo poi dover ordinare in tutta fretta lo stato di emergenza con il conseguente lockdown della nazione. Diversamente in Giappone il Primo ministro e tutto il suo Governo hanno evitato clamori. Questo spiega perché a tutt’oggi il quadro dell’epidemia in corso rimanga indefinito e tutto sommato nessuno, a partire da molti media nazionali, si stupisca del perché ciò sia avvenuto. Ora però che le Olimpiadi sono ufficialmente slittate, “improvvisamente” la curva dei contagi in Giappone ha preso a essere argomento di dibattito pubblico. I media si sono scatenati, sui pochi – e per ora ancora piccoli – numeri disponibili. A Tokyo è stato chiesto dal Governatore della Regione un lockdown volontario della città per il fine settimana, mentre è alla vista una chiusura di tutta la regione di Tokyo che persa per circa il 50% del PIL nazionale.

Il sistema sanitario giapponese è attrezzato per lemergenza?

Secondo alcuni osservatori il Giappone ha un sistema sanitario inadeguato di fronte al manifestarsi di un’epidemia di questo genere. In base a dati aggiornati al 2016, le 653 unità di terapia intensiva approvate includono un totale di 5603 letti per quasi 127 milioni di abitanti, di cui il 12% classificati come unità ad alta intensità. Il numero di letti di terapia intensiva per popolazione risulta il più basso tra i Paesi sviluppati dopo il Regno Unito, mentre il numero totale di letti ospedalieri è il più alto.

Inoltre, solo 244 unità di terapia intensiva (circa il 40% del totale) sono state certificate dalla Società giapponese di terapia intensiva (JSICM) per l’erogazione della formazione sottospeciale. Alla scelta di non dare molta visibilità allo svilupparsi dell’epidemia, va aggiunta la difficoltà a effettuare tamponi su larga scala. Ufficialmente è stato spiegato dall’equivalente giapponese del CDC statunitense, che in Giappone sono stati fatti meno tamponi perché realizzati – per scelta – con finalità epidemiologiche (tracciare la catena del contagio) e non mediche (capire l’origine della malattia per meglio scegliere la terapia). Insomma, se il Giappone ancora oggi ha un numero di contagiati basso e pochi morti registrati per coronavirus, lo si deve probabilmente forse anche alla mancata ricerca dei casi. Non resta che augurarsi il Giappone possa evitare di dover sperimentare la propria Wuhan, perché il risultato potrebbe esser tragico anche qui.

Come viene spiegata questa situazione, anomala anche rispetto ad altri Paesi asiatici?

Al momento si tratta di un grande interrogativo. Come detto, quale sia la vera curva dei contagi è un’informazione che – posto almeno il Governo giapponese davvero l’abbia –, ancora non è di dominio pubblico. Si formulano comunque varie ipotesi sull’apparente traiettoria che, se confermata, vedrebbe pochi casi in Giappone (al 29 marzo, i casi di contagio accertati sono 1.693, 52 i morti a fronte di 127 milioni di abitanti). Dallo stile di vita che implica minori contatti fisici fra le persone, alla tradizionale diffusione di mascherine fra la popolazione, fino alla prassi di lavarsi le mani quasi in continuazione.

Va segnalato, poi, il tema dell’uso delle mascherine e del social distancing. Chiunque abbia esperienza di vita nei Paesi asiatici sa che la mascherina è diventata ormai un elemento comune del paesaggio urbano, oltre che della persona stessa. Senza contare che talvolta le mascherine sono addirittura griffate per renderle psicologicamente più accettabili.

Il Giappone è stato fra i primi Paesi a spingere per l’uso della mascherina, per proteggere se stessi e gli altri: a tutti noi è capitato di esser oggetto della derisione di chi, nel resto del mondo, pensava che qui fosse sempre in atto una sorta di epidemia. La verità è – secondo le autorità sanitarie locali – che nonostante l’Organizzazione Mondiale della Sanità non consigli l'uso della mascherina, il suo utilizzo risponde a una questione di logica: 1) Il virus viaggia attraverso la saliva; 2) ci si infetta tramite vie aeree e occhi; 3) nessuno può sapere se sia positivo o meno, e anche quando lo sapesse potrebbe essere vero per un arco di tempo limitato; 4) la mascherina riduce le probabilità di contagio attivo e passivo di qualsiasi agente patogeno, non solo del corona virus. Insomma, visto che la mascherina non fa male, alla peggio non fa niente: in Giappone si fatica a capire l’ostilità dell’OMS a consigliarne l’uso. Il social distancing è pure un elemento di riflessione interessante. Da tempo la prossemica aveva infatti individuato in Giappone una marcata tendenza ad evitare non solo il contatto fisico e visivo, ma anche a mantenere intorno a sé una zona di comfort senza altre persone.

 

 

Ludovico Ciferri è presidente di Advanet, azienda giapponese specializzata nello sviluppo e produzione di computer miniaturizzati ad elevate prestazioni. Insegna inoltre Mobile Business Strategy e Private Equity & Venture Capital alla Graduate School of Management dell’International University of Japan