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War and the economy: the future of Europe

Modalità digitale, 08/06/2022, Aspen European Dialogue

Il quadro macroeconomico globale è molto difficile da interpretare nella fase attuale per il sovrapporsi tra effetti della pandemia e ripercussioni della guerra russo-ucraina. Alle ragioni strutturali di incertezza si aggiungono dunque fattori contingenti. Il più preoccupante è lo scenario di una vera stagflazione, o comunque di una pressione inflazionistica accoppiata a una crescita bassa e oggi già su una traiettoria calante.

Su questo sfondo si può identificare uno specifico approccio europeo alla gestione delle crisi economiche: in risposta al Covid è stato adottato uno strumento di fatto nuovo, il Next Generation EU e la sospensione del Patto di Stabilità e di Crescita. Le risorse che ora vengono assicurate ai Paesi membri non sono soltanto finalizzate a sostenere la crescita, ma a trasformare la struttura produttiva. Il meccanismo di “Sure” è ugualmente importante, soprattutto nello sforzo di mobilitare risorse private per perseguire obiettivi comuni.

La guerra russo-ucraina ha però complicato il quadro non solo nel settore energetico, ponendo l’esigenza di una ristrutturazione industriale ancora più rapida per gestire l’emergenza - costi delle sanzioni e inflazione - in una direzione sostenibile. E il concetto di sostenibilità viene ora inteso al contempo in termini ambientali e geopolitici, e nel caso energetico, anzitutto come diversificazione delle fonti.

La governance globale va comunque ripensata, e l’Europa può contribuire a un processo di rinnovamento soprattutto mediante il ruolo dell’euro – che a sua volta presuppone un mercato finanziario più sviluppato.

Un motivo di preoccupazione sta proprio nelle ripercussioni politiche interne delle sanzioni contro la Russia. Nel breve termine, gli effetti indiretti delle sanzioni stanno accrescendo le asimmetrie delle scelte energetiche e, dunque, minacciando l’unità di intenti tra gli europei; nel medio termine mettono sotto pressione le politiche della transizione verde; infine, su un orizzonte al momento incerto si pone la sfida dell’inflazione.

Rispetto alle spinte inflattive, una difficoltà aggiuntiva sta nella relativa frammentazione dei mercati nazionali in alcuni settori, e in particolare delle politiche fiscali, che si riflettono nelle differenti valutazioni dei mercati sulla sostenibilità dei debiti pubblici nazionali. I governi stanno giustamente prendendo misure temporanee per tutelare i redditi più bassi, ma a medio termine i sussidi sono una soluzione rischiosa e insufficiente; la soluzione a più lungo termine sta negli investimenti in innovazione che erano già previsti prima dello scoppio della guerra.

Ugualmente essenziale si sta dimostrando una maggiore capacità europea comune di attivare una politica di sicurezza e difesa: la stessa tutela dei propri interessi sui mercati globali, lungo le rotte commerciali e le filiere tecnologici, richiede uno spettro più ampio di strumenti da parte della UE.

In questa prospettiva di proiezione globale, Italia e Germania condividono una particolare responsabilità nel contesto della UE, sia per la composizione delle loro forniture energetiche in via di modifica, sia per i mutamenti profondi che hanno impostato nelle rispettive politiche industriali come potenze manifatturiere – già prima della crisi russa. Dato poi il loro peso economico, uno stretto coordinamento tra i due Paesi è decisivo per assicurare la coesione interna della UE, coltivando al contempo il vitale rapporto transatlantico.

Alcuni aspetti dell’attuale fase economica ricordano un’economia di guerra a tutti gli effetti, ma complessivamente il comportamento dei mercati e le politiche finora attuate dai governi prefigurano un sistema produttivo sotto pressione e con notevoli fattori di volatilità, ma non un vero assetto bellico.

Fenomeni di reshoring sono già in atto, ma è presto per dire che a ciò corrisponda un’effettiva “deglobalizzazione”. Si andrà piuttosto incontro ad una differente forma di globalizzazione, se non altro perché gli ultimi due decenni sono stati caratterizzati da alcune anomalie storiche come un’inflazione molto bassa, un’ampia disponibilità di investimenti, e la volontà di sfruttare il traino degli scambi internazionali per alimentare la crescita – anomalie che stanno esaurendo la loro spinta.

Il problema strutturale è che il reshoring, accompagnato alla transizione verde e alla scarsità di alcune risorse strategiche, ha un effetto strutturalmente inflattivo – al di là dei fattori contingenti che possono generare pressioni sui prezzi. In particolare, incorporare nei prezzi al consumo la cosiddetta “carbon footprint” sta certamente generando spinte inflattive, e questo effetto era non solo previsto ma perfino auspicato fino a poco tempo fa. Il dilemma è oggi come gestire le conseguenze indesiderate e indirette di questa tendenza generale senza danneggiare la crescita.