true
Versione Stampabile

Lezioni di una pandemia: un’alleanza tra ricerca e industria per la salute globale

Modalità digitale, 15/04/2020, Digital Panel Discussion

Un virus, diventato pandemia, che ha messo in ginocchio l’economia mondiale: Covid -19 è fenomeno di portata epocale, con una inusitata velocità di propagazione, con forte spinta evolutiva e grande capacità di penetrazione, soprattutto in realtà molto fragili. Finora l’esperienza ha dimostrato che si può combattere efficacemente la pandemia laddove esistono sistemi di sanità pubblica efficienti: ecco spiegata la situazione di grande difficoltà del Regno Unito, quella oltremodo complicata degli Stati Uniti – dove peraltro sono anni che Bill Gates finanzia la sanità pubblica coerentemente con un’analisi che prevedeva il rischio di un fenomeno pandemico. Ma evidentemente non è bastato.

A metà strada – si potrebbe dire - si colloca l’Italia: il Servizio Sanitario Nazionale ha retto, ma non del tutto. Non si nega l’abnegazione straordinaria del personale sanitario tutto, ma sono stati commessi gravi errori, soprattutto quello di aver voluto centralizzare l’opposizione al virus sull’ospedalizzazione, dimenticando il ruolo strategico della medicina territoriale.

Non hanno, inoltre, funzionato due elementi strategici: la governance e gli investimenti. Troppo frazionata la prima, tra decisioni del governo centrale non sempre coerenti con quelle delle regioni - che hanno in capo la materia della sanità – e viceversa. Senza tornare ad un’eccessiva centralizzazione sarà però necessario trovare un nuovo equilibrio di governance. Troppo radicali, inoltre, sono stati in passato i tagli al SSN e i risultati si sono visti durante questa pandemia dove si è toccata con mano la carenza di medici, e soprattutto di medici specializzati, nonché la mancanza di personale infermieristico.  Ma non si tratta solo di investire in sanità maggiori risorse quanto, al tempo stesso, di avere cura di una corretta formazione di nuovi medici e personale sanitario. A questo si aggiunge un appello per maggiori investimenti nel settore della ricerca. 

Ad oggi molti enti di ricerca, pubblici e privati e alcune grandi aziende stanno rispondendo all’appello di adottare un atteggiamento cooperativo nel grande sforzo per trovare cure e vaccino. I tempi non saranno brevi, ma tali comportamenti potranno portare a buoni risultati in un tempo auspicabilmente non troppo lungo. C’è chi punta sul raggiungimento di un vaccino entro la fine dell’anno, ma molto ci si aspetta soprattutto dalle cure, memori del fatto che, ad esempio, nel caso dell’AIDS un vaccino non è stato trovato, ma la malattia è sotto controllo perché si sono trovate cure efficaci. 

Altra cosa che non ha funzionato in Italia nell’emergenza Covid-19 è stato, senza dubbio, il reperimento di dispositivi medici essenziali come mascherine, ventilatori e reagenti per i test. Tale carenza si spiega con il fatto che la manifattura italiana del settore sanitario è stata delocalizzata, soprattutto in Asia. Diversamente è avvenuto per la farmaceutica, industria di alta tecnologia con forte presenza in Italia: il lavoro comune di AIFA e Farmindustria ha fatto sì che non ci sia stata carenza di farmaci.

Si è poi sottolineato come debba essere ricostruito in maniera corretta il rapporto tra istituzioni, ricerca e industria farmaceutica. Alcune mosse recenti si sono rivelate efficaci come la costituzione di un Comitato etico unico in capo all’ospedale Spallanzani di Roma che ha dato come primo risultato l’approvazione di 18 sperimentazioni. Si è inoltre consolidato il rapporto di trasparenza e collaborazione tra AIFA e aziende. Viene dagli Stati Uniti una proposta trasferibile anche in Italia che potrebbe rafforzare il rapporto con le istituzioni: creare una riserva nazionale come quella militare e mettere a disposizione della Protezione Civile un numero consistente di medici addestrati e disponibili immediatamente in caso di pandemia.

Non è l’unica proposta mutuabile dal settore della difesa. La sanità, vista come un investimento non come un costo, va considerata settore di interesse nazionale come accade per l’industria della difesa: un’industria protetta, con un controllo della filiera tecnologica che preveda una selezione accurata dei fornitori. Va, quindi, abbandonata l’idea di rivolgersi alle produzioni a basso costo, che hanno minore qualità: sostanzialmente, non bisogna dipendere dall’Asia.

Contro questa pandemia e contro eventuali altre in futuro va costruito un network internazionale con regole e standard condivisi. Oggi, infatti, la collaborazione sembra essere solo di facciata: ogni paese rende noto solo ciò che vuole e non sempre è quel che serve per una battaglia comune. I network di condivisioni vanno fatti prima e non in corso d’opera.

Sanità ed economia devono andare di pari passo e non, come sembra a volte accadere, arrivare a confrontarsi anche duramente. Non si può peraltro negare che, una volta passata l’emergenza sanitaria, il sistema economico attraverserà un durissimo periodo di recessione, molto simile alla terribile situazione vissuta nel 1929. Pesantissimo sarà il portato di effetti sociali negativi, disoccupazione, maggiore povertà, inquietudine, violenza: ecco perché bisognerà essere preparati anche a confrontarsi, sia a livello privato che a livello pubblico, con tutte le conseguenze psicologiche della quarantena e dei disastri economici.

Nell’era post-coronavirus 19 esploderà il problema della salute mentale, con patologie vecchie e nuove, e ci saranno evidenti cambiamenti nei comportamenti privati e pubblici. Certamente Covid-19 ha una devastante energia distruttiva, ma può anche essere un’opportunità per rendere più diffusi corretti comportamenti di salute pubblica - come quello di una maggiore igiene - e per diffondere una crescente fiducia nella scienza e nel valore della competenza, due pilastri a disposizione dell’umanità che sono e saranno necessari per battere la pandemia.