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Le identità nazionali nella dimensione globale

Venezia, 11/10/2019 - 13/10/2019, Aspen Seminars for Leaders

Troppe regole e poca politica. In questa sintesi, seppure non esaustiva, si può leggere una delle ragioni principali della crisi europea e dell’attuale continua tensione tra Ue ed identità nazionali, prepotentemente tornate in campo sotto la spinta sovranista e populista. L’eccessivo concentrarsi sulle regole, soprattutto da parte di una Commissione diventata negli anni sempre più debole, allontana dalla creazione di un sistema comunitario che abbia in mano l’esercizio del potere politico. Allontana al tempo stesso i cittadini dalle istituzioni e dimostra quanto sia bassa la fiducia tra gli Stati. Su temi quali immigrazione, occupazione e riduzione delle disuguaglianze l’Europa ha fallito facendo, secondo molti, solo gli interessi di Germania e Francia. Per rilanciare il processo è necessario che le responsabilità europee vengano esercitate tenendo conto degli interessi nazionali.

Un obiettivo, questo, per cui servono, appunto, meno regole e più politica. Soprattutto serve una diversa agenda europea che metta al centro lo sviluppo sostenibile, la lotta ai cambiamenti climatici, la gestione della transizione energetica, dando al Parlamento europeo un potere di iniziativa legislativa. Inoltre dare nuova centralità a Strasburgo significa dare potere fiscale: non a caso gli Stati Uniti sono nati istituzionalmente quando venne data al Congresso la capacità impositiva. 

Per alcuni più che un auspicio questo cambio di passo diventa una necessità, a fronte di un prevedibile cambio di tendenza degli equilibri comunitari: non è, infatti, detto che i creditori dell’oggi – i Paesi del Nord - siano ancora quelli di un domani. La Germania, innanzitutto, che non riesce a produrre inflazione nonostante le iniezioni di quantitive easing da parte della BCE. Sono sempre meno gli acquirenti di titoli del debito tedesco offerto a tassi negativi. La recente decisione della BCE sul QE è stata definita da molti un’azione di politica fiscale, con effetti anche strutturali su sistema finanziario e con un effetto importante sui sistemi pensionistici. Contro questa decisione si sono levate altissime voci di critica dal mondo istituzionale ed economico tedesco che testimoniano una crisi drammatica del sistema finanziario della Germania. E, dato che il ceto medio vivrà la situazione con sempre più rabbia e scontento sociale, è prevedibile, a fronte  di un aumento della tensione, una richiesta da parte del Governo di Berlino di attenuare il rigore europeo in termini di bilancio.  

Certo è che mentre non conviene né a debitori né a creditori di far saltare il banco si sta aprendo una stagione problematica per l’UE che non sarà facile fronteggiare, anche a causa dell’indebolirsi del legame transatlantico e della crescita economica e militare della Cina.  Sul fronte militare l’Europa è ancora molto divisa e ha poca capacità di spesa: già Wolfang Schäuble faceva notare che con una difesa comune si sarebbero risparmiati 120 miliardi all’anno. C’è chi propone - per questa e altre materie strategiche - di trovare convergenze tra Paesi pionieri su temi di interesse comune, superando così lo scoglio dell’unanimità che spesso blocca la vita istituzionale dell’Unione. In quest’ottica l’Italia deve meglio definire i propri interessi nazionali e saperli difendere. Per riuscire poi a finanziare politiche comuni torna la proposta di utilizzare il debito federale europeo.

La crisi del multilateralismo, cui si aggiunge lo stallo del WTO e le recenti guerre commerciali rischiano di innescare uno strapotere cinese nei nuovi assetti internazionali. La Cina gioca, infatti, una serrata partita geostrategica che l’Occidente sottovaluta. Il peculiare sistema di governance - in Cina mercato e nazione coincidono e vige un capitalismo di Stato con tassi di crescita altissimi - permette a Pechino di sostenere forti campioni nazionali in economia, cosa che non accade nell’area transatlantica che dovrebbe tra l’altro ripensare radicalmente la propria nozione di aiuti di stato.

L’Occidente esce provato da questa fase della globalizzazione che ha causato un impoverimento diffuso sprattutto della classe media e di quella operaia, causando crisi sociale e rottura di equilibri tradizionali. Rispetto ad altre realtà geopolitiche - caratterizzate da strutture di potere non democratiche -l’Occidente ha vissuto una frenata della demografia e del PIL, ha diminuito dal 25% al 5 % il proprio livello di risparmio e delocalizzato fino a tassi del 60%. L’impatto di questa veloce e radicale trasformazione sui sistemi democratici ha significato crisi dei partiti politici tradizionali e dei corpi intermedi e una messa in discussione del principio di rappresentanza che rischia – in una democrazia sempre più leaderistica - di essere sostituito dal principio di “ somiglianza “.

Tutto questo solleva non poche preoccupazioni anche in colonne portanti del sistema capitalistico contemporaneo come i fondamentali e strategici fondi pensionistici americani. L’Occidente necessita una riflessione in primo luogo di cultura politica, per ridare sostrato intellettuale e filosofico ad un diverso modello democratico alla prese con iperconnetività e uso costante e pervasivo dei social media e per rielaborare un nuovo modello di economia e di società che recuperi concetti come altruismo e solidarietà, superi la contrapposizione sociale tra anziani e giovani, offrendo una nuova sintesi politica dell’era post-ideologica.